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Emergenza freddo, la casa del Vescovo "è la casa dei poveri"

Con l'apertura di un'ala dell'Arcivescovado e dell'ex Maria Adelaide si completa l'offerta notturna per senza dimora in virtù del protocollo d'intesa sottoscritto tra Diocesi, Comune, Asl e Città della Salute 

Parole chiave: senza dimora (7), freddo (5), piano (11), Torino (731), Arcivescovado (2), Maria Adelaide (2), Nosiglia (114)
Foto Juzzolino

«La casa del Vescovo è la casa dei poveri». È il messaggio che mons. Nosiglia ha voluto lanciare sabato 13 gennaio incontrando i primi 6 ospiti (a regime saranno 20) dell’accoglienza notturna per l’emergenza freddo avviata la sera prima in Arcivescovado. Un incontro, un momento di fraternità e di saluto per inaugurare i nuovi locali che nell’episcopio offriranno per tutto il periodo invernale un riparo  confortevole per la notte  a chi non avrebbe alternative alla strada. Mentre andiamo in stampa – nella serata di mercoledì 17 - un altro spazio per l’accoglienza notturna si inaugura nell’ex presidio ospedaliero Maria Adelaide, portando così a completamento l’impegno stabilito nel protocollo d’intesa triennale tra Arcidiocesi di Torino, Città di Torino, Città della Salute e Asl unica Torino per l’emergenza freddo, con il contributo della Compagnia di San Paolo. Un accordo che garantisce complessivamente un centinaio di posti ai senza dimora per il periodo più freddo dell’anno  ripartiti su 4 strutture: via Cappel Verde 6 – già sede di altri servizi per i più poveri – e villa Pellizzari in corso Casale che erano già state aperte a metà dicembre, l’Arcivescovado e un’ala dell’Ex Maria Adelaide.  

Con l’accoglienza in Arcivescovado, mons. Nosiglia ha dato ulteriore concretezza ai tanti inviti espressi in questi anni, e ancora nella Messa dello scorso Natale, ad aprire le porte delle proprie case a chi fa più fatica: «Fare spazio a Dio significa fare spazio all’uomo, ad ogni uomo, soprattutto solo, malato o senza diritti e scartato da tanti, perché entri da amico nella nostra casa e nella nostra vita».

Ed ecco dunque che nella serata di sabato arrivano alla spicciolata i primi ospiti (non è un accesso diretto, ma su invio dei servizi per adulti in difficoltà del Comune di Torino) e l’Arcivescovo dopo aver visitato i locali si ferma con loro, rivolge parole di incoraggiamento, ascolta. C’è chi vive il dramma della separazione, chi arriva dall’Africa, chi dall’Est, chi dal Sud America, al primo posto il sogno di un lavoro. Si parla di cibo, di piatti tradizionali perché il clima subito si fa familiare e le mura di quello che in passato era stato un ufficio di curia sono «già un po’ mura di casa».

«Tutto il piano di accoglienza», spiega don Paolo Fini delegato per l’area del sociale della Curia e direttore dell’Ufficio diocesano di Pastorale della Salute «Fa parte di un impegno che come area sociale con le parrocchie, le Unità pastorali, il territorio vogliamo portare avanti per far rientrare gli aiuti in una logica di prossimità e non di emergenza. Una prossimità evangelica che vede anzitutto nel bisognoso l’immagine di Gesù. È anche un impegno che è frutto di rete, di collaborazione, di soluzioni condivise nello stile dell’Agorà del sociale, di cabine di regia che aiutino a superare la logica dell’assistenzialismo».

Ecco dunque che se le strutture attrezzate per l’emergenza freddo chiuderanno con il mese di aprile, l’ospitalità in questo tempo non è solo il garantire un tetto, ma cercare di stabilire relazioni di accompagnamento, di fiducia che aiutino gli ospiti a ripartire. «Si cerca così», conclude «di attuare un Welfare  che è contrasto alla povertà, che è inclusione, che è affermazione concreta, e non solo a parole, di diritti, che va incontro alle fragilità e che dal punto di vista ecclesiale mette in gioco parrocchie e volontariato cattolico avendo come motore la carità che si fonda sulla Parola di Dio e sull’annuncio del Vangelo».

Un Welfare che mette al centro le persone con le loro fragilità e risorse perché ricorda Pierluigi Dovis il direttore della Caritas diocesana che ha il coordinamento generale della progettualità  «non è solo una questione di aumentare i posti letto ma di venire incontro agli ultimi, di garantire in spazi più piccoli e più umani quell’accoglienza che ridona speranza di futuro. Non è solo far superare il freddo della notte, ma il dolore dell’indifferenza e della marginalità». 

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