Pellerina, muore al freddo un giovane senza tetto. Il dolore dell'Arcivescovo

Dopo la morte per assideramento di un trentenne senza fissa dimora di origine somala, avvenuta la notte del 22 gennaio presso il parco della Pellerina, l'appello dell'Arcivescovo alla città intera: "chiedo una mobilitazione delle coscienze"

Parole chiave: senza dimora (7), Torino (731), Arcivescovo (28), Nosiglia (114), Pellerina (1)
Pellerina, muore al freddo un giovane senza tetto. Il dolore dell'Arcivescovo

È come se fosse morto un mio fratello. Un fratello che non ho conosciuto: ma con lui e per lui ho condiviso, in questi anni, la speranza di essere accolto e ascoltato; e la rabbia anche, e la frustrazione per una città che non riesce - malgrado i tanti sforzi lodevoli – a garantire il primo diritto: la vita.

La sua morte ferisce me, i credenti della Chiesa di Cristo e – voglio credere – tutti i cittadini di Torino. Di questo fratello morto alla Pellerina tutti noi non abbiamo conosciuto neppure il nome: è uno degli «invisibili» di questa metropoli, come la donna romena trovata morta in una fabbrica abbandonata a Moncalieri. Ma ho incontrato tanti altri amici come loro, so la loro storia, simile a tante altre che si consumano nelle periferie estreme delle
città d’Europa. So anche, perché è vero, che dietro ognuna di queste tragedie ci sono situazioni complesse, movimenti migratori di portata storica…
Ma non è questo il punto: lui è morto qui, ieri, vicino alle nostre case. È di lui che siamo chiamati a occuparci.
Anche perché la morte di questo giovane ci segnala quanto fragili siano le nostre «sicurezze», tanto economiche quanto culturali, se non sono sorrette da una forte motivazione al bene comune – e dunque
alla solidarietà, alla «fratellanza» profonda e concreta con ogni essere umano. Lo ripeto: non possiamo nasconderci, non serve far finta di nulla; se queste tragedie accadono qui tocca a noi coinvolgerci: con la stessa determinazione, lo stesso coraggio e la medesima speranza con cui ci battiamo per i nostri figli, il nostro lavoro, il nostro diritto a una vita dignitosa di persone e di cittadini. È la rassegnazione il nostro vero nemico! Chiedo dunque una vera «mobilitazione delle coscienze», un sussulto di umanità e di dignità affinché ci si impegni, a ogni livello, perché non debbano più accadere simili tragedie fra noi.
Mobilitazione delle coscienze per me significa che non basta più circoscrivere il problema dei senza tetto agli addetti ai lavori, ai tanti che già se ne occupano. Ma che il tema dell’accoglienza deve diventare ciò che è realmente: una questione di civiltà, che riguarda la città intera.

+ Cesare Nosiglia
Arcivescovo di Torino

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