Torino, in coda per la casa oltre 4.000 sfrattati

Oltre 4.000 torinesi in grave situazione di povertà avrebbero diritto alla casa popolare, che quasi sempre non c’è. Ogni anno vengono assegnati soltanto 500 alloggi, resta senza risposta gran parte di una lista d’attesa che mette in fila 12.500 domande 

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Torino, in coda per la casa oltre 4.000 sfrattati

Tutte le mattine non finisce mai la fila in via Corte d’Appello, verso il numero 10. Ci sono mamme con bambini, anziani, persone disabili, uomini soli, ex impiegati che fino a pochi anni fa avevano un lavoro decoroso. Ci sono tutti. È la coda per presentare la domanda per ottenere la casa popolare. Si va negli uffici di edilizia residenziale pubblica del Comune.

Anche noi giungiamo una mattina e vediamo la coda interminabile, la sala d’attesa strapiena, fino alle 13 quando il portone si chiude e si dà appuntamento al giorno dopo. Al primo piano incontriamo il dirigente, Giovanni Magnano, «l’uomo delle case», perché è dal suo ufficio che partono le assegnazioni della casa popolare.

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A fronte di 12.500 domande valide all’anno, ovvero di famiglie che avrebbero i requisiti per accedere alla casa (reddito Isee inferiore a 20.800 euro, tre anni di residenza a Torino) sono solo 500 le famiglie che ogni anno la ricevono.

C’è, infatti una turnazione di circa 500 alloggi all’anno gestiti dall’Agenzia territoriale per la casa (Atc). «Ne servirebbero diecimila pronti domani mattina», afferma Magnano, «per soddisfare tutte le richieste».

A fronte della sproporzione tra le domande presentate e gli alloggi disponibili ecco la graduatoria del Comune con in testa «i criteri di priorità». Si devono raggiungere almeno 11 punti. Oltre ai requisiti generali aumentano il punteggio situazioni di disabilità, famiglie numerose, dimezzamento improvviso del reddito per avvenimenti spiazzanti (perdita del lavoro, un lutto), una casa non adeguata per vivere, per esempio senza servizi igienici idonei o sottodimensionata.

Nel 2015 hanno superato gli 11 punti 1.280 persone che hanno ricevuto o riceveranno la casa nei prossimi mesi o anni. Nel 2016 il numero si mantiene su questa cifra.

Ma la città di fronte ai dati più che allarmanti, che hanno toccato il picco nel 2014 con 4.870 sfratti esecutivi, ha risposto «inventando» altre forme di intervento per recuperare i numerosi alloggi vuoti in città, in particolare in seguito al forte appello che rivolse l’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia, insieme all’allora sindaco, nella primavera del 2012, «Mai più sfitti», invitando i privati a mettere a disposizione le proprie case rimaste con le persiane abbassate.

Come sottolineato sono migliaia i torinesi che avrebbe diritto alla casa popolare a fronte di un patrimonio pubblico comunale del 4,5%.

«L’appello del vescovo e del sindaco servì», sottolinea Magnano, «perché da lì iniziammo ad intensificare la rete. E i risultati si vedono con la prima inversione di tendenza dal 2008 ad oggi con una diminuzione degli sfratti esecutivi nel 2015, quando si sono attestati a 4.150; nel 2016 si prevede un ulteriore calo.

Questo grazie al rifinanziamento del contributo pubblico regionale e al «fondo salva sfratti».

Il «fondo», introdotto a Torino grazie ai finanziamenti della Fondazione Crt e della Compagnia di San Paolo, e poi inserito dal Governo nella legge 80 («Fondo inquilini morosi incolpevoli»), ha migliorato la situazione consentendo di fermare 200 sfratti, grazie all’intervento di mediazione dell’agenzia «Locare», che lavora in sinergia con il Comune. «Grazie alla misura», spiega Magnano, «il proprietario recupera 8 mila euro sulla morosità pregressa e gli inquilini vengono accompagnati nel pagare il canone per 4, 6 o 8 mensilità a seconda del reddito.

Perché Torino è la capitale degli sfratti?

«Il capoluogo piemontese ha una situazione ancora favorevole per quanto riguarda l’accesso al mercato della casa», sottolinea Magnano, «con il 60% di alloggi goduti in proprietà e il 40% di alloggi goduti in affitto c’è una sovrabbondanza di offerta rispetto alla domanda e quindi ci sono affitti che stanno bassi, ma questo è anche uno dei motivi per cui in percentuale abbiamo molti più sfratti che in altre città, dove le case in affitto sono il 25% ed è dunque evidente che si verificano meno sfratti».

Nonostante le diverse misure degli ultimi anni le case non bastano e si cerca di rimediare con altre formule.

Housing sociali. Ed ecco la rete in cui primeggia la Caritas diocesana con «Le due Tuniche» in corso Mortara 46.

Qui dagli uffici di via Corte d’Appello, dopo la sentenza della Commissione emergenza abitativa per morosità incolpevole, giungono una parte di quelle famiglie che possiedono i requisiti per la casa in attesa dell’assegnazione e che il Comune inserisce nella rete degli Housing, circa 200 posti.

«Sono dei buoni ammortizzatori», sottolinea l’assessore alle politiche sociali  Sonia Schellino, «che permettono alle famiglie di riprendersi dal trauma di essere rimasti in mezzo ad una strada e di iniziare un percorso nella collettività».

La diocesi. La Caritas ha attivato «Sister» (sistemazione temporanea emergenza residenziale) e «Dorho» che accolgono in totale 700 persone per un periodo di tempo limitato. Oltre alle famiglie segnalate dagli uffici di Magnano ce se ne sono altre che non hanno requisiti per presentare la domanda per la casa popolare.

«Sister» dispone di 18 appartamenti a Torino messi a disposizione da enti religiosi e da privati in seguito all’appello dell’Arcivescovo e uno a Cavagnolo con il nuovo progetto «Agrisister», una casa che accoglie cinque senza fissa dimora oltre i 60 anni che lavorano il miele ritornando alla vita dopo la perdita della dignità.

La residenza «Dorho», Don Orione Housing, in via Principe Oddone 22, donata dagli Orionini, dispone di 40 camere, ci cui 22 destinate a persone in emergenza abitativa e le altre a studenti universitari fuori sede.

Nonostante questo le soluzioni di accoglienza non bastano ancora.

Il Comune. Come spiega l’assessore Schellino, nel «Piano freddo», che prevede interventi per l’emergenza abitativa, la Città ha previsto l’accoglienza di persone in fragilità presso case comunali di ospitalità notturna attivandone due in più che saranno disponibili a inizio 2017. Una presso l’Istituto Cimarosa di via Ghedini 2 e l’altra presso l’ex sede dei servizi sociali in via Farinelli 40/1 dove, dopo i lavori di ristrutturazione di una parte dei locali, troveranno ospitalità 15 famiglie sfrattate. 

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