Pulizia di massa. E noi cosa diciamo?

Le parole di Matteo Salvini meritano una risposta ponderata ma decisa

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Pulizia di massa. E noi cosa diciamo?

Non vogliamo stare in silenzio di fronte alle parole pronunciate il 17 febbraio da Matteo Salvini nella piazza di Recco in Liguria: davanti alle telecamere il leader della Lega Nord ha chiesto «pulizia di massa» da tutti gli stranieri senza permesso di soggiorno, uomini e donne che i corpi di polizia dovrebbero cercare «via per via, quartiere per quartiere, piazza per piazza, e con le maniere forti se occorre». Il giorno dopo Salvini ha smorzato i toni, ma parole come quelle che abbiamo ascoltato non si possono, non si devono accettare.

Pulizia di massa, caccia all’uomo strada per strada, maniere forti... Sono espressioni che accendono ricordi terribili. Pesanti come macigni, sinistre, evocano soluzioni che la storia del Novecento in Europa dovrebbe aver insegnato a non pronunciare mai più. La «pulizia di massa» è un concetto già drammaticamente ascoltato nel secolo breve, sempre a carico di categorie indicate come «irregolari», sempre con esiti nefasti; l’ultima volta in Bosnia negli anni Novanta. La caccia all’uomo «via per via» è un’immagine terrificante, rimanda ai rastrellamenti che «pulirono» l’Italia dagli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, uomini, donne e bambini scovati setacciando le città proprio «via per via», casa per casa.

Le «maniere forti» sono state lo slogan di tutte le dittature che hanno insanguinato il continente europeo e che continuano ad insanguinare il mondo, recentemente la Siria. No, non possiamo lasciare che un politico di primo piano recuperi l’armamentario linguistico delle dittature. La polemica forse è cercata ad arte per ottenere visibilità; ma qui ha superato il limite e occorre denunciarlo, dire un fortissimo no. Perché le provocazioni cominciano sempre per scherzo, poi non si fermano più. E le parole fuori controllo oggi sono un problema serissimo, si diffondono con facilità attraverso i social, si moltiplicano e contaminano le coscienze, manipolano giovani privi di memoria storica, trovano eco nei discorsi che ascoltiamo per strada e nei negozi, sui mezzi di trasporto. Le stiamo purtroppo sentendo rimbalzare dall’Italia agli Stati Uniti d’America, alla Francia.

La vicenda dei profughi è una tragedia di proporzioni bibliche, non la possiamo affrontare calpestando il linguaggio dell’umanità. Il fenomeno delle migrazioni è epocale e ineluttabile, sta ponendo problemi oggettivi (lo si deve conciliare con il bisogno di legalità e di giustizia sociale rispetto a milioni di famiglie italiane angosciate dalla povertà, dalla mancanza di lavoro), ma esige soluzioni a servizio dell’umanità, di tutta l’umanità. È la sfida senza precedenti di questo nostro tempo; sarà – ci fidiamo del Vangelo - anche la bellezza del nostro tempo. Non c’è dubbio che i flussi migratori in Italia debbano essere regolati, ma crediamo che la politica debba anche accettare di attraversare una stagione di incertezza e di fatica: non può propagandare l’illusione che questo tempo di esodi planetari sia risolvibile chiudendo gli occhi e invocando il passato.

Diciamo il nostro «no» completo, deciso, assoluto a chi sta vagheggiando di dividere la società fra prede e predatori. Diciamo il nostro «sì» a tutti coloro – tantissimi – che non stanno negando la complessità del fenomeno migratorio, non rinunciano a chiedere legalità, però si interrogano, combattono per non esasperare le divisioni, stanno cercando gli incontri possibili. Mostrano di aver capito che il futuro è tracciato e che il travaso dei popoli sta avvenendo, avverrà.

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