È il riscatto del «mondo di mezzo»

Come cambiano i consumi. Dagli Ipermercati ai shop di vicinanza

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È il riscatto del «mondo di mezzo»

 

È il riscatto del «mondo di mezzo». Prima l’invasione dei grandi centri commerciali che, lentamente, ma inesorabilmente hanno cancellato i «negozi di vicinato». Certe panoramiche nelle zone dove si sono concentrati gli investimenti dei supermercati maxi sono inquietanti. Come in corso Trieste a Moncalieri, una lunga sequela di saracinesche abbassate. Così nelle strade di quasi tutte le periferie, da Mirafiori Sud alla Falchera o là dove i corsi di Torino si snodano verso le autostrade e la tangenziale, da corso Allamano a corso Vercelli. Negozi che l’invasione delle catene alimentari più forti prima, e la crisi economica dopo, hanno condannato a spegnere le luci, le insegne.

Così angoli importanti della città metropolitana si sono riempiti di buio e di solitudine. E la domenica quei ‘centri’ sono diventati, in molti casi, le nuove cattedrali: spesa nella tarda mattinata, pizza a pranzo o a cena, giochi per i bambini. Insomma la fine di quell’atmosfera calda e operosa che si respirava nelle barriere e nei cortili e la crescita di scale mobili, luci sfolgoranti, parcheggi sterminati con annesse sale cinematografiche, palestre, sale-giochi, bingo vari e slot-machine.

Anche dal centro delle città la domenica s’andava a fare rifornimento: era ed è ancora quasi un rito. Poi l’incantesimo si è in parte dissolto. Ed ecco, uno dopo l’altro, aprire o riaprire i minimarket, come si diceva un tempo, ‘a misura d’uomo’. Massimo tre-quattrocento metri, ma anche meno.

E con le loro luci e le offerte (sempre più attente ai soldi che scarseggiano) hanno preso il posto dei ‘negozi sotto casa’ che avevano chiuso. Ora sono diventati un fenomeno. Una volta si scriveva «piccolo è bello». Fu uno dei primi slogan per difendersi dalla grande distribuzione. Ora non è così, ma «la via di mezzo è bello». Perché ci si conosce, mentre si fanno gli acquisti. Ci si saluta. Ci si scambiano chiacchiere e informazioni. È quasi come nel gioco infinito delle metamorfosi della stratificazione sociale si stesse formando una nuova classe media, mentre quella tradizionale è piena di crepe o è stata spazzata via dalla recessione.

È bello così, ma ad aprire la strada al nuovo look del commercio sono stati i fruttivendoli. Eh sì! In ogni quartiere ce ne sono di nuovo. Sono belli e frequentati. Evidentemente qualcosa nell’universo dei market extra large non ha funzionato. O per lo meno alcuni prodotti non hanno soddisfatto le aspettative.

Sembra di leggere l’ultimo libro di Giuseppe Berta, professore alla Bocconi e grande conoscitore dell’economia d’Italia. Anche lui scrive che il futuro sta nelle piccole e medie imprese, non più nei grandi gruppi.

È la nuova strada, quella di mezzo, e l’impressione (per niente avvalorata ancora da dati certi) è che forse restituirà un po’ di quell’atmosfera di vicinato spazzata via troppo in fretta e qualcuno si sentirà meno orfano del territorio come oggi spesso accade.

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