Nicola Lagioia: "Torino scelga, piccola Parigi o grande Cuneo?"

Dopo l'intervento di Paolo Verri sul valore della cultura sotto la Mole, la parola al direttore del Salone del Libro

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Nicola Lagioia: "Torino scelga, piccola Parigi o grande Cuneo?"

Nicola Lagioia, direttore del Salone del libro di Torino, è nato a Bari. E dalla capitale del Levante, vent’anni fa, si mosse alla conquista di Roma con un unico sogno nella valigia: entrare nel mondo dell’editoria. Un sogno agguantato, per uno strano caso del destino, proprio al Lingotto, dove è cominciata la sua seconda vita professionale. Il suo ricordo è diventato quasi un aneddoto nelle interviste: «Mi proposi a diverse case editrici presenti al Salone del libro del 1996. Un paio di risposte positive mi convinsero che nel mondo dell'editoria poteva esserci posto anche per me. Di qui il debito di riconoscenza verso il Salone: non mi sono certo fatto pregare quando il presidente della Fondazione Massimo Bray, che avevo visto una sola volta nella vita e a cui dunque, tra gli altri, va riconosciuto il merito di avermi scelto sulla semplice base delle competenze, mi propose l’incarico».

Quanto vale la cultura a Torino? Può sembrare persino una domanda capziosa da cui partire per un dialogo sull’argomento, se non fosse per le contraddizioni in cui s’imbatte nel quotidiano il cittadino, sbattuto tra notizie che esaltano la presenza di turisti nei musei e sale d’arte della città e i tagli che negli anni hanno amputato i bilanci comunali alla cultura. Dopo l’intervento di Paolo Verri, ospitato su queste colonne la scorsa settimana, siamo andati dunque all’ascolto di Nicola Lagioia.

«Rispondo alla domanda portando la mia esperienza», dice. «Il Salone del libro è una di quelle manifestazioni in cui c'è la prova matematica che i soldi pubblici investiti in cultura ritornano moltiplicati alla comunità che la ospita. L’appuntamento fa ricadere sulla città circa 60 milioni di euro tra vendite di libri, alberghi, ristoranti, taxi, negozi d'abbigliamento e altri movimenti commerciali, pari a oltre dieci volte il suo costo. E se analizziamo i flussi dei visitatori, scopriamo che non è un movimento interno alla città: su 165 mila visitatori, il 40 per cento arriva da fuori Torino, cioè da altri comuni piemontesi, da altre regioni, in qualche caso dall'estero, segno di una capacità di attrazione ormai consolidata».

Capitale dell’industria del Novecento, Torino ha invertito la rotta quando i primi smottamenti della Fiat si sono trasformati all’inizio del Duemila in autentici movimenti tellurici…

Quella situazione ha ‘suggerito’ il nuovo percorso che ha intrapreso la città in questo inizio di secolo XXI, un’economia dall’orizzonte variegato, non solo industriale, in cui ha un forte peso specifico il terziario finalizzato alla conoscenza e alla cultura. La rotta impostata è quella, sebbene Torino non possa ancora competere con altre grandi capitali culturali. È una lunga strada, ma bisognerà continuare a percorrerla. La città grigia degli anni Ottanta, dove nessuno avrebbe immaginato di trascorrere un fine settimana, ha fatto posto a una realtà accogliente, ricca di attrattive. Lo scorso anno abbiamo invitato il Nobel per la letteratura 2015 Svetlana Aleksievic e il Pulitzer del 2008 Philip Schultz. I due, molto candidamente, ci hanno confessato di non conoscere quasi per nulla Torino, e che non avrebbero mai immaginato che fosse così bella e accogliente. In questi casi si parla non di turisti da fast food, ma di personaggi di fama internazionale che poi diventano i migliori ambasciatori dei luoghi e delle genti nel mondo.

Secondo Paolo Verri, già direttore del Salone del libro dal 1993 al 1997, Torino dovrebbe inventarsi. Forse dovrebbe inventare o un nuovo modello o una nuova visione culturale, perché quelli del passato si sono come nebulizzati dagli anni Settanta ad oggi…

Non c’è dubbio che le istituzioni debbano svolgere il proprio compito. Però tocca anche alla città, nella sua interezza, mostrare quella voglia di cambiamento; tocca a chi ci vive e a chi ha il potere di incidere nel tessuto sociale scommettere sul futuro. Torino, e lo dico dopo vent’anni trascorsi a Roma, è ancora sospesa in una sorta di ambivalenza che le fa incarnare diverse identità, l’una progressista, anticipatrice e innovatrice, l’altra affetta da conservatorismo e resistente alle novità. Città internazionale, dal Torino Film Festival ai suoi musei e gioielli architettonici, dall’Egizio alla Reggia di Venaria, e al tempo stesso una città in cui il rischio del provincialismo è sempre dietro l'angolo. Ora, non processo la dimensione provinciale nella sua essenza genuina, quella di chi vuole emanciparsi e cercare nuovi traguardi (anch'io vengo dalla provincia), ma non posso riconoscere valore alla diffidenza, alla chiusura verso l'altro, alla cultura del sospetto o del pettegolezzo, e non apprezzo chi si vuole chiudere in una sorta di fortino a difesa di un orticello destinato a diventare sempre più arido, se non gli si fa prendere aria. Quando avanzo queste riflessioni con i miei amici torinesi le posizioni si divaricano: alcuni sono espliciti nell'auspicare un passo avanti per tallonare città come Barcellona, Manchester, Lione; altri, convinti, argomentano di piacersi come sono e di non vedere alcuna utilità a cambiare o persino a diventare più grandi, orgogliosi perfino della chiusura a riccio come eccezione culturale. Il tutto potrebbe essere riassunto in una battuta divertente che circola nel milieu sabaudo: non si capisce ancora se Torino è una piccola Parigi o una grande Cuneo.

Quando spuntano crisi e tagli dolorosi, l’ultimo è quello dei 28 licenziamenti a Torino Musei, affiorano due parole, piano e idee, che suonano come una panacea buona per tutte le stagioni. La prima è vista come l’inderogabile necessità di un progetto, almeno di medio periodo, la seconda come l’indispensabile propellente per far decollare il progetto. È così?

Non è difficile avere idee, lo dico senza falsa modestia. E la cultura non ha bisogno di grandi risorse, se paragoniamo i suoi costi ad altre attività. In Italia si dice sempre che la cultura è un settore strategico. Poi però, se si paragona la percentuale sul Pil dedicata alla cultura con quella di altri Paesi europei, si scopre che tra teoria e pratica spesso i conti non tornano. Tornando alle idee, rispetto a 30-40 anni fa sono cambiate anche le strategie d'approccio. Per esempio, il Salone del libro lo abbiamo realizzato giocando sempre di sponda con altre istituzioni culturali, grandi ma anche piccolissime, coinvolgendo continuamente il territorio e preferendo il concetto di rete alla piramide.

Il 4 gennaio, dalle colonne del «Corriere della Sera», cronaca di Torino, il direttore del Circolo dei lettori Luca Beatrice ha lanciato una sorta di appello alla città accompagnato da giudizi perentori. Ha scritto: «Una città è viva quando si incoraggia la produzione; quando l’immagine della stessa città è talmente forte da identificarsi in un preciso progetto. Che oggi qui a Torino non c’è». Che ne pensa?

I progetti virtuosi nascono da tre livelli. Il primo è istituzionale, Comune e Regione, cui aggiungo nel caso di Torino le Fondazioni bancarie; il secondo è rappresentato dagli operatori culturali, sorta di brain trust, produttori di idee; il terzo livello, più indefinito e impalpabile, è quello che un tempo si chiamava underground, cioè i fermenti culturali che emergono dal basso, che poi spingono le idee verso l’alto. Per essere chiari, il punk rock non è stato un’invenzione del sindaco di Londra…

Questo ragionamento ci riporta al Salone…

Lo scorso anno ci davano per spacciati. Invece abbiamo vinto la sfida senza rinunciare alla nostra identità, abbiamo sperimentato, siamo stati popolari ma anche un laboratorio di idee, coinvolgendo molti soggetti, dalle biblioteche alle librerie indipendenti e ai gruppi di lettura, che hanno indossato la stessa maglia, quella del Salone, pur conservando piena autonomia. Dobbiamo archiviare il 2017 come un anno di transizione, con la speranza che abbia soltanto due tempi: quello della liquidazione della Fondazione e l’avvio della Newco, la nuova società. Sarà un gioco d’incastri al quale dobbiamo contribuire tutti, dalle istituzioni al tessuto cittadino, perché perdere un primato di livello internazionale come quello del Salone sarebbe per la città un grave passo all’indietro nella costruzione del suo rilancio culturale.

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