Le prospettive della nonviolenza

Come è cambiata la percezione dell'azione che non utilizza la forza per risolvere i conflitti nel corso degli ultimi decenni

Parole chiave: prospettiva (1), nonviolenza (8), storia (31), religione (21), mondo (65)
Le prospettive della nonviolenza

Sulle prospettive della nonviolenza prevale il realismo scettico dello scrittore e pensatore Goffredo Fofi, ma questo non deve scoraggiare e se «la nonviolenza segna il passo laddove considera più importante una pratica di perfezionamento individuale o di gruppo che l’incisività sociale e politica delle sue tante possibili dimostrazioni», dall’altro sembra una delle poche strade per non brutalizzare ancora di più il mondo, nonostante ci siano studi scientifici come quello di Steven Pinker che ricordano come oggi l’umanità viva il periodo della sua storia meno violento. Cosa unisce il ricordo della figura, l’opera e il pensiero di Domenico Sereno Regis, testimone paladino della forza della nonviolenza e questa dimensione, dimenticata o relegata ad una scelta utopistica e irrealizzabile, che invece oggi dovrebbe avere una carica di profezia da rilanciare come simbolo di un progetto politico globale nel tentativo di dare una maggiore dignità alla vita umana, contro ogni violenza, guerra, simboli di morte procurate nel patologico incedere delle brutalità dell’uomo?

Il Movimento nonviolento, fondato da Aldo Capitini nel 1961, è un punto di riferimento nell’arcipelago del mondo della pace, per la verità negli ultimi decenni non più in grado di trasmettere alle giovani generazioni quella antica forza persuasiva contro la contemporaneità del male. La nonviolenza è una parola da scrivere unita, perché ha un significato più ampio del solo «no alla violenza». Dunque un progetto costruttivo, non un generico pacifismo passivo. La figura di Gandhi è senza dubbio il riferimento etico-filosofico più importante e sta alla base del moderno pensiero nonviolento. Tuttavia radici culturali si trovano in tutte le tradizioni religiose ed in numerosi pensatori dei secoli precedenti. Dal cristianesimo al buddismo, dall’animismo all’islam, in ogni fede è possibile rintracciare elementi che si richiamano alla sacralità della vita, all’amore per gli altri e al rifiuto della vendetta. Ugualmente rilevanti i contributi portati alla nonviolenza da filoni culturali come l’illuminismo, il socialismo, il pensiero liberale o quello anarchico, attraverso intellettuali differenti. Anche se è importante ricordate che la nonviolenza non nasce con Gandhi nel corso del Ventesimo secolo però, grazie al messaggio suo e di altri pensatori contemporanei, la nonviolenza diventa per la prima volta concreto strumento politico, oltre che aspirazione etico-morale.

La tragedia delle due guerre mondiali e l’ingresso nell’era atomica, infatti, pongono per la prima volta all’umanità la sfida della propria sopravvivenza. Per avere risposte non distruttive ai conflitti tra persone e tra nazioni, alcuni ricercatori attingono al pensiero di Gandhi e di altri classici, traducendoli in una nonviolenza “scientifica”. Si possono citare tra gli altri Richard Gregg, Gene Sharp, Kenneth ed Elise Boulding, Jean Marie Muller e Johan Galtung. Dentro la nuova disciplina della peace research si sviluppano studi sulla difesa civile o difesa popolare nonviolenta, sull’azione diretta nonviolenta e più tardi sull’interposizione nonviolenta e la diplomazia popolare. Le tante voci che animano il mondo nonviolento italiano sono personaggi di rilievo nel panorama culturale italiano, ma sono marginali nella cultura dominante.  Fofi precisa: «La nonviolenza non può oggi che venir portata avanti da minoranze di “persuasi”, il cui esempio (la disobbedienza civile) dovrebbe riuscire a mobilitare altri e numerosi. Proprio perché il mondo è sempre più violento, e sempre più sembra destinato a diventarlo, la nonviolenza e la disobbedienza civile (e aggiungo: le forme dell’autorganizzazione di base e dal basso, il mutuo soccorso tra i più colpiti dalle crisi e dall’esclusione sociale) mi sembrano siano temi e iniziative di grandissima attualità, e me ne aspetto - insieme all’aumento della barbarie... - e me ne auguro una rinascita e una nuova stagione».  «Anche se non vengono molti segni di vitalità dai gruppi nonviolenti storici e consolidati», aggiunge il direttore de «Lo Straniero», «sono convinto che una ripresa della nonviolenza sia inevitabile, una necessità di cui molti stanno già rendendosi conto, se saprà portare avanti forme nuove o rinnovate di disobbedienza civile.

Su questo punto avverto un grave ritardo delle Chiese cristiane in fatto di teoria e pratica della nonviolenza». «In cinquant’anni sono cresciute molto le ricerche sul metodo nonviolento per la risoluzione dei conflitti», affermava il compianto professor Nanni Salio, fisico, impegnato insieme ad altri scienziati contro la guerra e soprattutto animatore del movimento nonviolento a livello internazionale, «la letteratura è vasta e di altro profilo il contributo di intellettuali e teorici come Giuliano Pontara, Johan Galtung e soprattutto Gene Sharp, dal quale hanno tratto ispirazione molte delle componenti delle mobilitazioni della “primavera araba” in particolare in Tunisia ed Egitto. Paradossalmente l’arretramento è avvenuto sul piano politico», sottolineava Salio. «Oggi scarseggiano gli interlocutori e il movimento non ha più l’eco degli anni Settanta e Ottanta. Anche se il movimento nonviolento è rimasto una nicchia sul piano numerico anche per una scarsa qualità organizzativa, vi sono anche esempi di pratiche realizzate di difesa nonviolenta, poco note, come la rete dei corpi civili di pace costituita da gruppi in Italia e all’estero, che agiscono con risorse limitatissime in situazione di conflitto armato intervenendo con metodologie di lotta nonviolento in Palestina, Kosovo e in Sri Lanka».

Enrico Peyretti, insegnante, giornalista e studioso della nonviolenza afferma: «Esiste un problema di immagine negativa  del termine nonviolenza, che induce l’opinione pubblica a considerarla come una dimensione di arrendevolezza. L’accusa nei confronti dei nonviolenti è di essere poco realisti e di compiacersi troppo della propria utopia. Si tratta di una critica ingenerosa nulla di più lontano dalla teoria e pratica promossa e attuata da Gandhi e dai suoi seguaci. La nonviolenza non è rassegnazione o vacazione al martirio, al contrario tentativo di risoluzione dei conflitti umani in modo disarmato. Essa è entrata nella dimensione anche religiosa in modo molto più ampio e concreto rispetto al passato, anche se i fondamentalismi minano questa prospettiva. Dal punto di vista politico ho l’impressione che la nonviolenza segni il passo. In un certo senso i nonviolenti si separano dalle proteste di ogni genere disposte a tutto (dai movimenti antiglobalizzazione alle violenze di Roma, alla manifestazione degli “indignati” dell’ottobre scorso). Se ci fosse più ascolto della sostanza della ricerca nonviolenta credo che non si rifiuterebbe e porterebbe nuova linfa ai coloro che si sforzano di pensare percorsi sociali e politi ci globali».

Sul rapporto religione e nonviolenza lavora da anni il professor Alberto De Sanctis, dell’Università di Genova, che nel suo saggio «La fede ribelle» scrive: «Si è spesso trascurata la rilevanza di una critica religiosa del potere (anche di matrice cattolica) che ha svolto invece una funzione sociale e politica importante. Proprio muovendo da presupposti religiosi, questa critica ha saputo contrastare il potere, ogniqualvolta abbia rivestito i panni del totalitarismo e dell’autoritarismo. Anche se oggi da un lato assistiamo ad un disordinato ribellismo e dall’altro si avverte la mancanza di una profezia della fede che sia lievito nella società». «La scelta tra violenza e nonviolenza concerne pertanto l’umanità che si intende promuovere. Si desidera un’umanità in cui il dissenso induca alla soppressione, anche fisica, di chi la pensa diversamente? Oppure un’umanità in cui la dimensione del conflitto e finanche l’aggressività possano svolgere una funzione costruttiva, perché capaci di situarsi all’interno di una relazione, che perdura oltre lo scontro e il conflitto? D’altro canto, ciò si ripercuote in un modo di costruire la politica come frutto di relazione, che decreterebbe il definitivo superamento di un modo di pensare la politica come scissione con l’etica, come divorzio con quella stessa morale, che i singoli sono chiamati ad osservare nella propria vita privata. Tale elemento mi pare quanto mai attuale in un periodo in cui il distacco tra la politica intesa come privilegio di casta e la vita e la sofferenza quotidiana di milioni di persone si fa palese».

Cultura e società

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