Ma il Papa è cattolico? La teologia di Francesco

La riflessione del direttore dell’ufficio liturgico della Diocesi di Torino

Parole chiave: papa (648), chiesa (665), bergoglio (61), riflessione (7)
Ma il Papa è cattolico? La teologia di Francesco

Ma Papa Francesco è cattolico? Detta così, sembra una domanda poco gentile e un po’ sbruffona, degna di un titolo ad effetto di qualche giornale impertinente. E in effetti il titolo è comparso in occasione del viaggio del Papa argentino negli Stati Uniti d’America (settembre 2015) sul settimanale «Newsweek», con riferimento ad una battuta dello stesso Papa: «Io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio». Il concetto non è nuovo (lo aveva già espresso il cardinal Martini in una intervista al confratello gesuita Georg Sporschill) e non è neppure così difficile da interpretare, nel senso di una visione della fede che superi le pretese confessionali di ridurre Dio ad una dottrina o ad una morale di cui sentirsi gli unici detentori. Eppure dietro la proposta di una «identità non identitaria» si nasconde il motivo delle principali critiche che compaiono non solo sui titoli dei giornali, ma pure sulla bocca di qualche cattolico di santa romana Chiesa.

 

Critiche superficiali

Quando le critiche sono ‘di pancia’, su aspetti superficiali oppure rilevanti ma non decisivi ai fini della cattolicità (il Papa che parla troppo di temi sociali; il Papa che critica troppo gli uni e parla troppo bene degli altri; il Papa che si concede troppo alle interviste sull’aereo…), c’è da riconoscere quanto i dettagli (dal modo di parlare e di vestire, al modo di pregare e di incontrare), per quanto siano tali, siano per noi importanti dal punto di vista simbolico, per definire una identità e una appartenenza, per rivelare una affinità e una corrispondenza. Quando poi dalla bocca dei critici esce un pensiero meditato, allora è il caso di fermarsi a riflettere, per comprendere per quale motivo, all’interno della Chiesa (più che all’esterno), vi sia chi scorge, nelle parole e nei gesti dell’attuale Papa, non solo motivi di perplessità, ma addirittura una minaccia alla cattolicità.

 

Critiche di sostanza

In questi mesi è di un certo interesse il dibattito ‘senza giri di parole’ di alcuni vaticanisti, come Luigi Accattoli e Aldo Maria Valli, che nei loro blog fanno il loro mestiere di registrare e commentare, con pieno diritto di giudicare e, ovviamente, di essere giudicati. Così, ad esempio, nel volumetto «266. Jorge Mario Bergoglio Franciscus P.P.» di Aldo Maria Valli (LiberiLibri, Macerata 2016), fioccano le seguenti critiche: la banalizzazione dell’idea di misericordia, che mette in ombra le vincolanti regole morali, cedendo al relativismo e al soggettivismo; la frattura, in materia di morale coniugale, presente in Amoris Laetitia rispetto al magistero precedente, che invitava i divorziati risposati a vivere da fratello e sorella e non faceva sconti sugli atti oggettivamente peccaminosi; la sopravvalutazione del paradigma pastorale (che procede caso per caso, nell’attenzione ai soggetti) sul paradigma dottrinale (che mette al primo posto la verità oggettiva e le sue conseguenze);  il cedimento ad una comunicazione della fede riduttiva ed equivoca, che si accompagna ad un costante invito a diffidare dei teologi. Se a queste critiche si aggiungono il no al proselitismo, interpretato come rinuncia alla missione; un ecumenismo troppo spinto tra le confessioni e le religioni; un continuo riferimento al popolo che si trasforma in ‘populismo’, ecco che il dibattito sulla cattolicità di Papa Francesco si trasforma in un dibattito su cosa voglia dire essere, oggi, un cristiano cattolico, e più in profondità su come pensare l’identità cristiana nel mondo di oggi.

 

Una buona teologia

A questo punto, occorre mettere da parte i giornalisti, e cercare una buona teologia: sempre parziale, contestuale e dunque contestabile, ma seriamente fondata sulla parola di Dio e sul magistero della Chiesa, e profondamente onesta nella ricerca di una verità che abbia il profumo del Vangelo di Cristo. L’esempio che segnalo è quello di tre teologi che rileggono il magistero di Papa Francesco dal punto di vista della sua visione teologica. Si tratta del milanese Alberto Cozzi, studioso di cristologia e teologia sistematica; del torinese Roberto Repole, ecclesiologo e presidente dell’Associazione teologica italiana; del novarese Giannino Piana, docente di etica e teologia morale. Dalla lettura attenta del volume, intitolato «Papa Francesco, quale teologia?» (Cittadella, 2016), deriva una consapevolezza profonda: in Papa Francesco c’è una teologia, profonda e precisa, che ha tuttavia bisogno del lavoro dei teologi per essere contestualizzata e compresa in profondità.

 

La teologia di Papa Francesco

I detrattori fanno circolare una battuta, per cui, mentre il Papa-teologo Benedetto XVI parlava citando sant’Agostino e san Bonaventura, il Papa-pastore con l’odore delle pecore parla citando la vecchietta incontrata per strada. In ogni battuta c’è una parte di verità: tuttavia, anche nel riferimento dell’attuale Papa alla saggezza dei semplici è possibile scorgere una vera e propria scelta teologica. La scelta è quella di un magistero capace di mettersi in ascolto del ‘senso della fede’ del popolo di Dio. Così, ad esempio, in Amoris Laetitia, è il buon senso della fede che fa dire a Papa Francesco: «È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano» (AL, 304).

Questo, con parole più semplici, lo avrebbe potuto dire una delle nostre nonne più sagge e meno bigotte, che hanno vissuto abbastanza per comprendere quanto sia pericoloso imprigionare le situazioni particolari delle persone nelle gabbie delle norme generali e dei giudizi ‘oggettivi’. Ma il Papa non si limita ad affermare tale principio. Lo argomenta ricorrendo niente meno che a san Tommaso, per riconoscere come «sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione». San Tommaso relativista, oppure semplicemente intelligente? Il piccolo esempio, tratto da uno dei documenti di Papa Francesco che più sta facendo discutere all’interno della Chiesa, segnala l’importanza di ragionare sui temi proposti da Papa Francesco con la capacità e l’impegno di fare teologia, cogliendo un aspetto particolare nell’insieme, contestualizzando il pensiero, osando riprendere questioni sinora troppo in fretta risolte, e osando, perché no, completare e criticare là dove l’argomentazione pare carente.

 

Il centro e la totalità, l’oggettivo e il soggettivo, la realtà e l’idea

Dalla lettura dei saggi dei tre teologi, emergono alcune indicazioni importanti dal punto di vista metodologico per leggere il magistero di Papa Francesco: la prima è quella che invita a tenere insieme il centro e la totalità, rileggendo l’integralità del discorso della fede a partire dal centro, che per Papa Francesco è, indiscutibilmente, il vangelo della Misericordia. Non si tratta di negare la verità integrale della vita familiare o del discorso ecologico, ma di comprenderla alla luce del suo centro essenziale, di tipo «kerigmatico». Senza questo ricentramento, la dottrina diventa fredda e senza vita (Amoris Laetitia, 58-59), la proposta alta dell’ideale evangelico non è più né gioiosa né desiderabile (Evangelii gaudium, 168).

Il ricentramento sul Vangelo della misericordia è essenziale per superare quell’opposizione tra oggetto e soggetto che impedisce di vedere come la verità del Vangelo sia sempre una verità buona, per l’uomo e la donna di oggi: in questo orizzonte, l’ideale del Vangelo non viene meno, ma fa strutturalmente spazio alla realtà dei soggetti, senza lasciarsi rinchiudere nelle gabbie dell’idea.

 

Un invito per la teologia

Papa Francesco è un Papa pastore, e non un teologo di professione: per dire la sua teologia, non sceglie di preferenza la strada dei trattati, ma la strada delle omelie, dei gesti, degli incontri, talvolta delle provocazioni, che sparigliano le carte. A chi dice che tutto questo è poco «cattolico», si può rispondere che anche Gesù era poco «greco», anzi per nulla: e da buon ebreo, ci ha lasciato più battute folgoranti che trattati conclusivi sul puro e sull’impuro, sul peccato e la Grazia. Alla buona teologia spetta il compito di lascarsi provocare dall’ispirazione di questo Papa, per coglierne lo spirito fondamentale, in base al quale raccordare il centro con l’integralità, l’idea con la realtà. La riflessione critica è lecita e in alcuni casi utile e doverosa, nei confronti di questo Papa, come nei confronti di quello precedente e di quello che verrà. L’importante è non pensare che il nostro pensiero sia l’unico veramente cattolico: tra il «tutto è uguale a tutto» del relativismo, e l’aut-aut dell’integralismo, la teologia conosce l’arte difficile delle sfumature e degli accenti.

Tutti i diritti riservati

Attualità

archivio notizie

16/02/2018

La biblioteca personale di Carlo Donat-Cattin

La riunificazione di migliaia di volumi per continuare a studiare, vita, pensiero e azione politica del leader democratico cristiano in vista del centenario della nascita

16/02/2018

Meditazione sul Crocifisso

La riflessione dello psichiatra e psicoterapeuta per il Venerdì Santo 2016. Perchè interrogarsi fino in fondo

16/02/2018

Chiesa e mass media, un'alleanza necessaria

Parte il Master di Giornalismo voluto da mons. Nosiglia per operatori pastorali e della comunicazione 

16/02/2018

Milioni di volti

Negli sguardi dei più disperati e poveri l'amore di Gesù Cristo