Israele, Palestina, Gerusalemme un rapporto che arriva da lontano

Il centenario conquista inglese di Gerusalemme (1917-11 dicembre-2017) e dichiarazione di Balfour

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Israele, Palestina, Gerusalemme un rapporto che arriva da lontano

Fu molto tormentato il dicembre 1917. Cento anni fa in Europa finiva il quarto anno (terzo anno per l’Italia) della Grande Guerra: i popoli e i soldati non ne potevano più.

Il 2 a Brest-Litovsk in Bielorussia si avviano le trattative tra la Russia sovietica, la Germania e l'Austria-Ungheria: si concluderanno il 3 marzo 1918 con la sconfitta della Russia e il riconoscimento dell’indipendenza di Bielorussia, Finlandia, Polonia, Ucraina, Lettonia, Estonia, Lituania. Il 6 a Cambrai in Francia finisce la cruenta battaglia – 100 mila morti - fra i tedeschi e gli anglo-francesi-canadesi; la Romania sconfitta si arrende agli Imperi centrali. Il 7 gli Stati Uniti dichiarano guerra all'Austria-Ungheria. Il 9 le truppe britanniche del generale Edmund Allenby entrano in Gerusalemme e pongono fine al dominio turco dopo 400 anni: nel 1516 la Palestina cadeva sotto la dominazione della Sublime Porta di Costantinopoli.

In Italia un decreto concede il perdono ai soldati - fuggiti dal fronte dopo il disastro di Caporetto - che si presenteranno entro il 29 dicembre; a Milano Benito Mussolini pubblica l'articolo «Trincerocrazia» su «Il Popolo d'Italia». Il 22 dicembre inizia il dibattito alla Camera sulla disfatta di Caporetto con il discorso del presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando «Resistere! resistere! resistere!» e in Russia la «Pravda» pubblica «Le tesi sull'Assemblea costituente» di Lenin.

L'11 dicembre 1917, con le truppe inglesi, a Gerusalemme entrano anche un distaccamento francese e uno italiano. La presa della città richiama simbolicamente le crociate. «L’Osservatore Romano» pubblica la notizia con tre giorni di ritardo perché Benedetto XV vuole salvaguardare le relazioni di­plomatiche faticosamente costruite con la Turchia e vuole salvare, ieri come oggi, il maggior numero di cristiani, specie armeni. Il Papa precisa che la mancata tempe­stività non equivale a disappunto ma la liberazione del San­to Sepolcro non è scaturita da una scelta religiosa ma da un disegno politico. «L’Osservatore» evi­denzia che, in un’Europa ferita da una «nube sanguigna», l’occupazione britannica coincide con la libe­razione dei Luoghi Santi.

Con Benedetto XV si attenua la polemica antigiudaica su temi teologici e cristologici. Ma già negli ultimi mesi del pontificato di Pio X, morto il 20 agosto 1914, «La Civiltà Cattoli­ca», prestigiosa rivista dei gesuiti portavoce della Santa Sede, denuncia omici­di, calunnie e persecuzioni ai danni degli ebrei, segno che la Chiesa non vuole avallare l'accusa «gli ebrei sono colpevoli della guerra». Benedetto XV punta a nuovi rapporti tra cristiani ed ebrei e ripete che i diritti dei cri­stiani devono essere rispettati.

Il sionismo è l’aspirazione ebraica al ritorno a Sion, il colle del Tempio di Gerusalemme, e nasce nell’Ottocento tra gli ebrei residenti in Europa a seguito  dell’ondata di antisemitismo. Tre le tendenze principali: la prima (pratica) mira alla colonizzazione della Palestina; la seconda (etico-religiosa) si batte per un ritorno alla tradizione, allo spirito nazionale e ai valori cultu­rali e religiosi dell'Ebraismo; la terza (politica) mira a ottenere una «carta» internazionale che tuteli la migrazione ebraica in Palestina. Si formano due correnti principali: il sionismo generale o «sintetico», liberaldemocratico pensa a una comunità palestinese binazionale araba e giudaica; il sionismo «revisionista, ultranazionalista è per uno Stato esclusivamente ebraico.

Profondamente radicato nell’ebraismo, il sionismo tende alla costituzione in Palestina, «terra dei padri», di uno Stato ebraico. Sostenuto e finanziato dai Rothschild, onnipotenti banchieri ebrei, ha il suo principale teorico in Theodor Herzl, autore de «Lo Stato ebraico» (1896) e il congresso di Basilea (1897) decide di favorire la migrazione ebraica in Palestina per creare lo Stato di Israele. La Società degli ebrei chiede a numerosi governi europei appoggi e il riconoscimento del futuro Stato. A Londra vengono fondati la banca Jewish Colonial Trust e il Fondo nazionale ebraico per favorire le migrazioni: nel 1914 in Palestina ci sono centomila ebrei organizzati in 50 colonie agricole. Durante la prima guerra mondiale la Gran Bretagna appoggia la colonizzazione ebraica della Palestina, purché non si ledano i diritti dei residenti non ebrei, come dice la «Dichiarazione» di Balfour.

Proprio la «Dichiarazione di Balfour» del 2 novembre 1917 rappresenta un decisivo passo avanti. In una lettera al barone Lionel Walter Rothschild - discendente della ricca e nobile famiglia di banchieri di origine tedesca, rappresentante della comunità ebraica e referente del movimento sionista - Arthur Balfour, ministro degli Esteri, dice che «il governo britannico vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico e si adopre­rà per facilitare il raggiungimento di questo scopo». Ma aggiunge: «Nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre Nazioni».

La Gran Bretagna ottiene il mandato sulla Palestina e incrementa le aziende agricole. Alla colonizzazione ebraica - alimentata negli anni Trenta e Quaranta dalle persecuzioni naziste e fasciste in Europa – si oppone il nazionalismo arabo che osteggia i sionisti anche per le idee di democrazia politica e di giustizia sociale.

Fallisce la proposta inglese di creare due Stati distinti, ebraico e arabo. Dopo la seconda guerra mondiale il sionismo, appoggiato dagli Stati Uniti, raggiunge il suo obiettivo: l'Onu decide nel 1947 la creazione di due Stati, uno ebraico e uno arabo. Alla fondazione dello Stato di Israele nel 1948 i palestinesi, sostenuti dai Paesi arabi, non accettano la spartizione e provocano una breve guerra, vinta dagli israeliani. La «legge del ritorno» (1950) fissa il diritto di ogni ebreo di stabilirsi in Israele, moltiplicandone la presenza e alimentando la sua vocazione espansionistica.

Lo Stato di Israele esiste da settant’anni. Dello Stato di Palestina per ora neanche l’ombra. E la volontà di Donald Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme non aiuta.

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