Preti torinesi assassinati dai lager nazisti

Dachau è il primo campo di concentramento nazista aperto il 22 marzo 1933 su iniziativa di Heinrich Luitpold Himmler, un mese dopo la presa del potere di Adolf Hitler. A16 chilometria nord di Monaco, è utilizzato come campo centrale per ministri di culto. All’ingresso c’è la famosa e macabra frase «Arbeit macht frei.  Il lavoro rende liberi».

Parole chiave: campi di concentramento (2), guerra (63), partigiani (6), preti (16), Resistenza (23)
Preti torinesi assassinati dai lager nazisti

Due baracche sono riser­vate: la 28 ai 782 preti polacchi rimasti in vita delle migliaia che vi erano stati deportati; la 26 ai preti prigionieri di altre nazionalità: 262 tedeschi, 120 francesi, 69 cecoslovacchi, 36 olandesi, 33 belgi, 27 italiani, 11 jugoslavi, 7 lussemburghesi, 4 ungheresi, 2 greci, 1 inglese. Si tratta di 1.284 sacerdoti cattolici, 45 pastori evangelici, 18 preti ortodossi, 4 vecchi cattolici, 3 boemi nazionali. Sono rappresentate 44 congregazioni religiose, 142 diocesi (di cui 18 italiane). Cifre che si riferiscono alla data di liberazione: per avere un'idea del numero dei prigionieri a Dachau, bisogna aggiungere i 1.500 preti tedeschi morti nel campo e 167 preti tedeschi liberati. Si arriva a 3.000 preti europei. Dal processo di Norimberga emerge che il totale dei preti morti in tutti i campi di concentramento tedeschi è di 5.545.

Sono 18 - 9 diocesani e 9 religiosi - i sacerdoti italiani morti nei campi di concentramen­to. Tra essi il domenicano albese, ma appartenente alla Chiesa torinese, Giuseppe Girotti. Nella seconda guerra mondiale muoiono sei domenicani italiani.

Nato ad Alba il 15 luglio 1905, entra nella scuo­la apostolica dei Domenicani a Chieri nel 1918 ed è ordinato il 3 agosto 1930. Nel 1932-35 si specializza all’École Biblique di Gerusalemme, fondata nel 1890 dal biblista domenicano Joseph-Marie Lagrange. Nel 1934 consegue il baccelierato (licenza) in Scienze Bibliche davanti alla Pontificia Commissione Bibli­ca di Roma.

Tornato a Torino, insegna Sacra Scrittura, Ebraico ed Esegesi biblica, nello Studium (Seminario teologico) domenicano di Santa Maria delle rose. Esercita il ministero ai «Poveri vecchi» ospitati nel Regio Istituto di riposo per la vecchiaia, allora fuori città, in viale Stupinigi, oggi corso Unione Sovietica. Insegna Biblica anche agli studenti dell’Istituto Missioni della Consolata, allievi che «mi danno una soddisfazione immensa. Bevo­no avidamente e assaporano gaudiosamente quanto ammannisce loro l’insegnamento. Questa santa passione perla Paroladi Dio anima tutti quanti i giovani leviti». Testimonierà un missionario ex allievo: «Era un pozzo di scienza, al servizio della Sacra Scrittura, di cui si presentava come divulgatore di uno spirito nuovo. Il suo dire era piano, la sua scienza agguerrita e quando si lasciava prendere dall’ebraico e dal greco volava troppo alto… Ma scendeva tosto, quasi se ne scusava, diceva: ”Queste cose non fanno per voi che dovete andare in Africa ad annunciare il Vangelo”. E riprendevala Paroladi Dio come cibo, amore e vita».

Frutto dei suoi studi e dell’insegnamento un ampio commento alla Sacra Scrittura, pubblicato dalla Lice di Torino. Continua così l’opera meritoria del domenicano Marco Sales, autore del primo commento (testo latino e italiano) che ap­pare in Italia. Nel 1938 Girotti pubblica il VI volume dell’Antico Testamento dedicato ai Libri Sapienziali (Proverbi, Ecclesia­ste, Cantico dei Cantici, Ecclesiastico). Nel 1941 esce il VII volume: introdu­zione ai Profeti e commento a Isaia. Doveva seguire Gere­mia. Ma l’ottavo volume  verrà pubblicato nel 1955, nel decimo anniver­sario della sua morte a Dachau.

La Curiageneralizia invia un visitatore che assume drastiche decisio­ni: depone i priori di Santa Maria delle Rose, di San Domenico di Torino, di San Domenico di Chieri e trasferisce il biblista nel convento di San Domenico e lo priva della cattedra.

Girotti si getta a prestare soccorso ai partigiani e soprattutto agli ebrei perseguitatati dalle immonde leggi razziali. L'avvocato Salvatore Fubini, salvato da lui, dichiarerà: «Durante le persecuzioni razziali e la lotta partigiana prestò il suo ausilio a tutti i perseguitati, la sua cella in convento divenne simbolo di ospi­talità e di sicura salvezza per coloro che a lui si rivol­gevano. E tra i maggiormente beneficati furono numerosissimi israeliti, i quali senza il suo soccorso avrebbero trovato certa morte nei campi di elimina­zione. Si immolò per il prossimo e per un idea­le di libertà».

Ma cade nel tranello della polizia fascista: una te­lefonata lo invita ad accompagnare, perché ferito, uno dei figli del professor Giuseppe Diena, ebreo, nella casa del padre sulla collina torinese. Finisce così alle carceri «Nuove»: è il 29 agosto 1944. Nel famigerato braccio tedesco incontra il 23enne sacerdote cuneese Angelo Dalmasso, incarcerato in gennaio perché ave­va celebratola Messadi Natale per i partigiani. Dalle «Nuove» a «San Vittore» di Milano, al cam­po di concentramento di Bolzano. Poi su carri-bestiame, arrivano a Dachau il 9 ottobre.

Umiliazioni e sevizie sono il pane quotidiano. Con l'aiuto della Bibbia di un pastore luterano co­mincia il commento al profeta Geremia. Nell’inverno polare del 1944-45 si mette alla prova il dialogo ecumenico con vent’anni di anticipo sul Vaticano II: il domenicano Giuseppe Girotti, docente a Torino, e il pastore lu­terano tedesco Max Lackamann, docente a Munster scrivono commenti alla Scrittura. Fra dicembre 1944 e febbraio 1945 infuria l’epidemia: i prigionieri sono divorati dai pidocchi. La sua forte fibra non regge: dimagrisce a vista d'occhio, ha dolori reumatici e gambe gonfie: è ricoverato in infermeria per un carcinoma. La sua morte avviene con una iniezione (di benzina?) fatta dal medico tedesco, come il polacco san Massimiliano Kolbe a Oświęcim-Auschwitz, come il beato olandese Tito Bransdma a Dachau, come il servo di Dio vercellese Giovanni Gheddo morto in Russia a 42 anni, per un atto di eroismo: prende il posto di commilitone più giovane del quale il figlio padre Piero Gheddo scrive in «Questi santi genitori»: «Era l’avvocato Mino Pretti che poi diventò il sindaco di Vercelli per due volte nel dopoguerra. Fu Pretti a raccontarci tutto quando tornò dalla Russia. Un gesto di carità eroica».

Girotti non ha ancora 40 anni. Le ultime parole sono l’invocazione «Maranà tha. Vieni Signore Gesù!». È il 1° aprile 1945, giorno di Pasqua. Il 29 aprile,la Fanteriaamericana libera il campo. Lo seppelliscono con altri duecento cadaveri nella fossa co­mune di Leitenberg perché il forno non funziona più. Sulla sua cuccetta i compagni scrivono «Qui dormiva san Giuseppe Girotti». Testimonia Dalmasso: «Il 4 aprile al mattinola Messadi suffragio la celebrai io; erano 14 mesi che non salivo l'altare. Mentre iniziavola Messa, il Requiem dell'Introito mi usci rotto dai singhiozzi e dal pianto».

Tra i compagni di prigionia Francesco Foglia, chiamato «don dinamite», parroco di Moncenisio; Jozif Beran, futuro cardinale arcivescovo di Praga, poi imprigionato dai comunisti; Gabriel Piguet, vescovo di Clermond-Ferrand; il salesiano Stefan Trochta, futuro vescovo di Litomerice e cardinale; Carlo Manziana, filippino, futuro vescovo di Crema. Tutti i preti italiani di Dachau sopravvivono, eccetto Girotti e il prete bergamasco Antonio Seghezzi.

Ai preti si riservano le più raffinate torture con sadismo teutonico. Al primo prete internato a Dachau una SS «mise la corona del rosario sulla te­sta, con la croce pendente sulla fronte, e a pugni e calci gli fece girare tutto il campo urlando: “È arrivato il primo maiale di prete. Poi arriverà anche il gran prete di Roma e allora la truffa cattolica finirà una volta per tutte».

L’11 maggio 1995 Shmuel Tevet, console generale di Israele, consegna l'onorificenza «Giusto tra le genti», conferita alla memoria dalla Fondazione Yad Vashem di Gerusalemme. Il 26 aprile 2014 ad Alba padre Giuseppe Girotti è dichiarato beato.

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