Papa Francesco torna alle radici della famiglia Bergoglio

Una città multietnica accoglie il Papa venuto dalla fin del mondo ma dalle radici piemontesi: a Torino domenica 21 e lunedì 22 giugno 2015

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Papa Francesco torna alle radici della famiglia Bergoglio

Una città multietnica accoglie Papa Francesco a Torino domenica 21 e lunedì 22 giugno 2015: il 20 giugno è la festa della Madonna Consolata, patrona della diocesi; il 23 festa di san Giuseppe Cafasso, il «maestro spirituale» di san Giovanni Bosco; il 24 giugno festa di san Giovanni Battista patrono della città; il 25 giugno festa di San Massimo, primo vescovo di Torino. Dopo 67 giorni il 24 giugno si chiude l’ostensione straordinaria per il bicentenario della nascita di san Giovanni Bosco (1815-16 agosto-2015), iniziata il 19 aprile.

Ben il 17 per cento della popolazione è costituita da cittadini stranieri che ci vivono stabilmente: cinque anni fa nel 2010 la percentuale degli immigrati costituiva il 14,1% della popolazione, mentre la media regionale è dell’8,5 e quella nazionale del 7,5 per cento. I gruppi più consistenti sono: romeni (51.918 nel 2010), marocchini (19.185), peruviani, albanesi, cinesi, moldavi, egiziani, nigeriani, filippini, brasiliani. Papa Francesco ha due obiettivi precisi, annunciati il 5 novembre 214: «Venerare la Sacra Sindone e onorare san Giovanni Bosco nel bicentenario della nascita».

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Le radici di Jorge Mario Bergoglio sono liguri-piemontesi. «Mio padre era di Portacomaro (ma nato a Torino, n.d.r.) e mia madre di Buenos Aires, con sangue piemontese e genovese» racconta in varie interviste. Nella prima metà dell’Ottocento un avo acquista da un ebreo l'unica casa esistente a Portacomaro. Arriva da un paese del Nord Astigiano, intorno a Castelnuovo d’Asti, probabilmente Cortiglione di Robella, dove ancora oggi ci sono dei Bergoglio. Gli avi sono astigiani e fanno i contadini, come mettono in risalto Orsola Appendino-Giancarlo Libert nel libro  «Nonna Rosa» e Vittorio Croce-Stefano Masino in «Una famiglia di nome Bergoglio», e con articoli su «Gazzetta d’Asti» e «L’Osservatore Romano».

Giuseppe Bergoglio (trisavolo), nato nel 1816 a Schierano, comune di Passerano Marmorito (Asti), sposa Maria Giacchino di Cocconato (Asti) del 1819. Il figlio Francesco (bisavolo o trisnonno) nasce a Montechiaro d’Asti nel 1857 e sposa Maria Teresa Bugnano di San Martino al Tanaro, oggi San Martino Alfieri (Asti) nata nel 1862. Il 13 agosto 1884 nasce il primogenito Giovanni Angelo (nonno) ed è battezzato nella chiesa parrocchiale di Portacomaro. Il piccolo mondo dei sei fratelli Bergoglio ruota attorno alla casa agricola sul Bricco Marmorito tra Valleversa e Portacomaro nel comune di Asti.

Giovanni Angelo il 1° gennaio 1906 si trasferisce a Torino in cerca di emancipazione sociale, e il 20 agosto 1907 sposa Rosa Margherita Vassallo, altra immigrata nella grande città e originaria dell’entroterra ligure, nata il 27 febbraio 1884 ai piedi del bricco del Todocco a Piana Crixia, frazione di Cagna (oggi San Massimo), provincia di Savona e diocesi di Acqui Terme.

Poiché la famiglia è numerosa, Rosa a 8 anni è portata a Torino e affidata alla zia materna Rosa Crema, portinaia in via Alfieri 7: la piccola va a scuola alla «Monviso», poi «Carducci» e oggi «Meucci», in corso Oporto (oggi Matteotti). Riceve la Cresima nella parrocchia di san Carlo in piazza san Carlo. È una «sartina». Poi i 23enni Giovanni e Rosa il 20 agosto 1907 si sposano nella chiesa di santa Teresa, allora parrocchia, e vi battezzano il figlio Mario Giuseppe Francesco (papà), nato a Torino il 2 aprile 1908. La coppia abita al numero 12 di via santa Teresa, vicino alla chiesa, ora affidata ai Carmelitani, davanti alla quale una volta c’era il Teatro Macario. Rosa vive a Torino per 26 anni, dal 1892 al 1918 in via santa Teresa, via Alfieri, via Arsenale e via Garibaldi. È descritta come donna «dal carattere forte e schietto, come è comu­ne dalle sue parti, una donna aperta alle novità, fervente cattolica. È una fortuna per lei crescere in un ambiente stimolante come la Torino di fine Ottocento. Rosa impara il piemontese "nobile", quello di città, frequentando il centro storico, ricco di cultura e impregnato di forte spirituali­tà, quella dei "santi sociali". Sicuramente si iscrisse all'Azione Cattolica. A Torino in quell'epoca vi erano tante associazioni cattoliche, soprattutto femminili, e lei fece sicuramente parte di qualcuna di esse».

Il 13 settembre 2014 al Sacrario militare di Redipuglia (Gorizia) Francesco ricorda i 10 milioni di morti nell’«inutile strage» 1914-1918 che dilaniò l'Europa, della quale «ho sentito tante storie dolorose dalle labbra del mio nonno paterno che l’ha fatta sul Piave». Il radiotelegrafista Giovanni Bergoglio si salva. Gli Archivi di Stato di Asti e Alessandria consentono di ricostruire la storia del soldato Bergoglio. Alla visita di leva a vent’anni il 28 giugno 1904 è riformato per deficienza toracica, ma a 30 anni è richiamato: «Di professione caffettiere, capelli castani, mento tondo, naso aquilino». Il numero 15.543 è assegnato al 78° Reggimento Fanteria: giunge «in zona di guerra» il 2 luglio 1916 ed è schierato nella sesta bat­taglia dell'Isonzo - prima della disfatta di Caporetto - a nord di Gorizia e al confine con la Slovenia. L’unità registra 882 morti, 1.573 dispersi e 3.846 feriti. Il 27 luglio 1918 è aggregato al 9° Bersaglieri di Asti e il 15 agosto 1919 è congedato con una dichiarazione di buona condotta e un premio di 200 lire.

La famigliola – il nonno, la nonna, il figlio Mario – non ritorna a Torino ma l’8 luglio 1918 si stabilisce ad Asti dove Giovanni lavora come «caffettiere» e «portinaio» di una clinica chirurgica, e poi come titolare di un negozio di commestibili e cambia spesso residenza: via Massimo d’Azeglio 6 (casa poi abbattuta), via Antica Zecca 6, corso Alessandria 14, dove c’è la bottega di commestibili, e via Fontana 10. Il figlio Mario studia alla Scuola tecnica di primo livello «Brofferio», quindi alla «Leonardo da Vinci» per il corso superiore e nel 1926 consegue l’abilitazione tecnica di indirizzo commerciale. È ragioniere. In quei tempi pochissimi giovani si diplomavano e i figli dei contadini erano rarissimi. 

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