Mons. Cesare Nosiglia: "Il mio compito è dare speranza"

La gioia del Vangelo, il desiderio di essere vicino a tutti, lo sguardo ai giovani. La lettera Pastorale "La Città sul monte" mette al centro anche famiglie e poveri

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Mons. Cesare Nosiglia: "Il mio compito è dare speranza"

La diocesi lo ha festeggiato regalandogli un pastorale nuovo, quasi un augurio di giovinezza per chi arriva a un traguardo che non è di tutti. E lui ha ringraziato, nell’omelia, ricordando che proprio le persone, gli incontri vivi sono il modo di arrivare a riconoscere sempre la «figura di Cristo» nei fratelli. Ha ricordato il suo amico di Vicenza, che va ancora a trovare ogni volta che può, un tetraplegico grave che «parla» solo col movimento degli occhi; ha ricordato un’altra amica di Roma, che gli parlava di speranza mentre stava morendo. E ha voluto ringraziare le persone che lo hanno accompagnato lungo l’intera sua vita, a cominciare dai genitori che lo seguirono a Roma, poi a Vicenza e a Torino; e quel Papa che ha segnato la sua vita, Giovanni Paolo II, di cui fu vicegerente e amico, condividendo quella passione per i giovani che fece nascere le GMG.

Qual è allora, mons. Nosiglia, il senso del «mestiere di vescovo», per chi ha vissuto da punti di vista privilegiati una stagione italiana ricca di cambiamenti – culturali, politici e anche religiosi?

L’agenda delle priorità si è arricchita di continuo in questi 25 anni anche se alcuni obiettivi di riferimento sono rimasti stabili come quello della evangelizzazione che è divenuta poi nuova evangelizzazione e missione. Oggi abbiamo a disposizione l’Evangelii Gaudium vera «Magna Charta» della Chiesa in uscita e il Convegno ecclesiale di Firenze con il Magistrale discorso di Papa Francesco e le ricche indicazioni emerse dalla Cinque vie. Bisogna avere il coraggio di osare perché è il Vangelo che rinnova profondamente la vita delle persone, ma anche la Chiesa e la società. È il cammino che faremo quest’anno come diocesi, con il metodo della sinodalità e nella prospettiva di essere sempre più e sempre meglio una comunità missionaria, che vuole annunciare «la gioia del Vangelo».

Il «mestiere di vescovo» sembra diventare sempre più indispensabile non solo nella Chiesa (ovviamente) ma nella vita pubblica e sul territorio. L’impressione è che, nella società di oggi, venendo a mancare ideologie, culture, punti di riferimento condivisi, il servizio della Chiesa sia visto e vissuto come «servizio dell’unità». È così? E quali sono i rischi e le opportunità di questa condizione?

Negli anni del mio episcopato ho sperimentato che il popolo di Dio ama il suo vescovo e quando lo incontra gioisce della sua vicinanza, in quanto pastore che in nome di Cristo annuncia il Vangelo e lo testimonia con l’esempio di una vita buona. Oggi il vescovo viene considerato da molti una persona di riferimento in quanto è capace di essere una persona che sta in mezzo al suo gregge, vive e cammina con le sue pecore, sempre meno chiuso in Curia o in Episcopio. Uno che, invece, si coinvolge nei momenti tristi o lieti della gente, compagno di strada che vedi e incontri sovente nel tuo quotidiano, soprattutto lì dove ci sono persone che soffrono o hanno bisogno, poveri e «scartati» da tutti.

Papa Francesco ci ha ricordato più volte che Gesù buon pastore girava di villaggio in villaggio, e faceva una evangelizzazione itinerante, per incontrare, guardare negli occhi le persone e ascoltarle, condividere la loro situazione di sofferenza e di povertà materiale o morale… E questo rende il Vescovo «accessibile» e presente là dove la gente vive e soprattutto soffre, aperto all’incontro e al dialogo con tutti e dunque impegnato a gettare ponti di relazioni e di prossimità così da promuovere nel tessuto stesso della società i grandi valori della unità e della fraternità, vie indispensabili per superare chiusure e individualismi di cui la società in cui viviamo, ha estremo bisogno.

«Vescovo, padre, amico»: perché queste specificazioni, e con quale intenzione?

Padre: così mi chiamano spesso i fedeli. È un modo importante ma anche affettuoso per definire il loro rapporto con me quali figli carissimi, in quella comunità cristiana che vive come una famiglia e dove il Vescovo e di riflesso ogni sacerdote, partecipano della paternità di Dio e sono chiamati a manifestarla nei concreti rapporti umani e spirituali verso ogni fedele. È l’umanità del Vescovo che conquista i cuori e gli permette di superare quella lontananza dovuta a volte per una forma di rispetto, ma anche per una tradizionale posizione ecclesiale e sociale che lo identificava anzitutto come autorità e per molti quindi come «persona di potere».

Amico infine perché soprattutto per i ragazzi e giovani, ma anche famiglie e anziani il Vescovo sa accompagnare e sostenere con sincerità e schiettezza il cammino di ciascuno adattandosi al passo a volte incerto, a volte sicuro di ogni persona. Questo esige il superamento sia del paternalismo che di quegli atteggiamenti giovanilistici che sono i più rifiutati dal mondo giovanile e non solo. Il Vescovo è un amico unico nel suo genere, perché deve aiutare con la sua parola e il suo esempio a percorrere insieme la via che conduce, all’unico, fedele e vero amico che è il Signore Gesù.

I giovani sono la dimensione della speranza e dell’avvenire. Nell’illustrare il suo «programma» per il lavoro a Torino, subito dopo la nomina (ottobre 2010) lei diceva: «Giovani, ho bisogno di voi». Ma con i giovani la Chiesa, come le altre agenzie educative, incontra difficoltà…

La GMG del 2000 e il Sinodo dei giovani a Vicenza e Torino mi hanno permesso di incontrare tanti giovani, ascoltarli e spronarli a farsi responsabili e protagonisti del loro cammino di fede e della missione della Chiesa. Da queste esperienze è emersa sempre più marcata una convinzione: non dobbiamo essere preoccupati solo che i giovani tornino a frequentare le comunità, ma siamo noi come Chiesa, genitori e adulti che dobbiamo uscire e abitare il mondo giovanile senza timore di dare loro risposte concrete di fede vissuta con coerenza, e segni di vero cambiamento.

La rete, il mondo delle tecnologie, è utile per informare e comunicare ma come ogni linguaggio mediatico resta incapace di suscitare relazioni stabili e sincere, emozioni forti e coinvolgenti, apertura al di più del mistero del vivere, dell’amare del soffrire e del morire proprie di ogni persona. Il rumore - o meglio il chiasso - copre spesso un vuoto esistenziale e spirituale che porta ad estraniarsi da tutto ciò che comporta responsabilità verso gli altri e anche verso se stessi; impedisce il dialogo e il rapporto interpersonale, svuota di senso il tempo che passa. La Parola di Dio penetra come un cuneo in tutto questo e può distruggere il bel castello di carta dalle alte mura, che ciascuno si costruisce. La Parola disturba ma alla fine risulta l’unica concreta ed efficace che vale la pena accogliere per diventare veramente liberi.

Che cosa vuol dire, oggi, «seminare»? Se le ragioni della fecondità di una vita spesa con Gesù Cristo non sono cambiate, quali sono le difficoltà nuove del tempo presente?

La parabola del seminatore ce lo rivela con chiarezza. La semina della Parola di Dio è non solo faticosa ma spesso appare infeconda di frutti perché tanti sono i terreni in cui, una volta seminata, non trova le condizioni minime per crescere. Solo un quarto riesce a produrre ora il 30 ora il 60 per cento e solo un terzo di questo quarto giunge a fruttificare il 100%. È il mistero insondabile della potenza della Parola di Dio e della assoluta libertà dell’uomo di accoglierla o di ignorala o rifiutarla. Ma questo non deve mai scoraggiare o impedire al seminatore di continuare a seminare, superando tutte le difficoltà del presente, nella certa speranza che non sono gli evangelizzatori - missionari, ma è Dio che fa crescere, quando e come lui solo lo sa. Per questo il compito del Vescovo è ridare sempre speranza ai suoi presbiteri e fedeli perché la pastorale non si fondi sui calcoli e sui risultati raggiunti, ma sulla santità della propria vita e sul saper discernere i segni di Dio sempre nuovi e imprevedibili. È così che si possono aprire quei «varchi di evangelizzazione» anche là dove ci appaiono impossibili. Perché, come ci assicura Gesù, ciò che è impossibile agli uomini non è impossibile a Dio.

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