Dossier 70° Resistenza: l'opposizione e il martirio dei cristiani nel nostro territorio

Da Cumiana a Giaveno, da Boves a Torino, la Resistenza della Chiesa e i cristiani al nazifascismo 

Parole chiave: resistenza (23), nazifascimo (1), cattolici (72), 25 aprile (6)
Dossier 70° Resistenza: l'opposizione e il martirio dei cristiani nel nostro territorio

«A Giaveno i nazifascisti fecero diverse scorribande contro i partigiani che si erano rifugiati in montagna. Giungono in piazza, sparano e gridano».Il bollettino del Seminario minore di Giaveno «Casa Materna» è un’autentica miniera di notizie. Costretto a tacere nel 1943-1945, dopo la guerra racconta che i nazifascisti dilagano, uccidono, stuprano, depredano, incendiano. I nazisti «sono venuti anche in Seminario: due volte per chiedere ospitalità e una per cercare un prigioniero russo che pensavano tenessimo nascosto. Avremmo voluto ridere ma, davanti a certe facce mezze alterare dal vino, c'era solo da impallidire».

In Val Sangone tedeschi e repubblichini commettono diversi eccidi: «Gli esempi di ciò che sapessero fare li avevamo cruenti sotto gli occhi: i dieci giovani stesi con la testa sfracellata sulla piazza del Mercato; quelli giacenti in una pozza di sangue sul piazzale della stazione; i massacrati in una borgatella sulla sponda del Sangone; i quattro impiccati a un balcone lungo il viale della stazione e quelli di Provonda, del Forno, di tutta la vallata».

All’azione dei partigiani partecipiamo anche i seminaristi «dando ospitalità ai gruppi che tornano stanchi dall'azione. E abbiamo pregato. Su piazza San Lorenzo sono allineate a foggia di croce più di cinquanta bare. Sono le salme di alcuni dei tanti giovani, che sulle nostre montagne, come purpurei fiori, sono stati falciati da crudele morte. Su di esse scende larga e paterna la benedizione del cardinale arcivescovo. Dopola Messa, celebrata dal cappellano dei partigiani don Angelo Salassa, le gloriose salme sono portate come un trionfo per le vie di Giaveno tra la commozione generale. Accompagniamo il mesto corteo pregando affinché il sacrificio di tante giovani vite sia un richiamo per tutti a lavorare per un'Italia più libera, più grande e più cristiana!».

Lo storico della Chiesa torinese Giuseppe Tuninetti racconta: «Giaveno e la Val Sangone furono uno dei punti nevralgici della guerra partigiana, che coinvolse anche il clero, specie i par­roci di Giaveno, Forno, Maddalena, Provonda, Coazze e Trana. Il Seminario non poteva non risentire degli effetti della guerra, ristrettezze e fame». Tra le stragi più orribili quella di Cumiana è narrata dal parroco don Felice Pozzo e raccolta nel prezioso volume di Giuseppe Tuninetti «Clero, guerra e resistenza nella diocesi di Torino (1940-1945). Nelle relazioni dei parroci del 1945», Piemme, 1996.

Annota don Pozzo al 9 settembre 1944: «Altro rastrellamento. Vengono da me alcune donne piangenti per­ché mi rechi dai tedeschi a intercedere per i loro mariti presi come ostaggi. Vado immediatamente e parlando francese riesco a far libe­rare prima di mezzogiorno i sette uomini presi per ostaggio. Dopo il rastrellamento di novembre, mercé l'aiuto dei confratelli della San Vincenzo, sempre presenti e gene­rosi, posso distribuire denari e indumenti alle famiglie dei caduti».

Il 30 dicembre muoiono Gianni Daghero, Giorgio Catti, Michelino Levrino. Don Pozzo: «Appena avvisato mi precipito; prego sui morti e poi, essendo tutti gli uomini nascosti, mi fermo ad aiutare le donne per salvare il grano, i mobili e la casa civile, sino a quando arrivano i primi soccorsi degli uomini». I repubblichini appiccano il fuo­co al pagliaio: Gianni Daghero, Giorgio Catti e Michelino Levrino, ridotti a torce viventi, vengono fucilati con Aldo Ruffinat­to. Il cattolico Giorgio Catti (1925-1944) nasce a Torino da modesta famiglia il 28 ottobre 1925, iscritto all'Azione Cattolica, nel febbraio 1944 raggiunge i partigiani del «Gran Dubbione», guidati da Silvio Geuna e costituiti da giovani cattolici, parte della brigata Val Chisone. Al nome di Giorgio Catti è dedicato il Fondo storico sulla Resistenza nell'Archivio arcivescovile di Torino.

Nel rastrellamento dell'11 febbraio 1945 – racconta il parroco di Santa Maria della Motta di Cumiana - «riesco a far liberare alcuni giovani fermati dai repubblichini. Incontro un serio pericolo io stesso per un rastrellamento di tedeschi il 20 febbraio. Mentre i tedeschi visitano la casa parroc­chiale a pian terreno e proferiscono minacce e calunnie, io riesco a far uscire dalla chiesa una vera folla di uomini e giovani che per pa­ura si erano rifugiati nella sacrestia e nella chiesa».

L’eccidio è perpetrato il 3 aprile 1944. Il 1° nella piazza Vecchia di Cumiana alle 11 partigiani della Val Sangone affrontano un reparto di SS italiane comandato da sottufficiali tedeschi: muoiono due «ribelli» e un milite delle SS, che contano anche 18 feriti. I partigiani portano via 32 prigionieri. Alle 14 tutti gli effettivi del VII battaglione SS, con rinforzi giunti da Pinerolo e Torino salgono in paese, setacciano l’abitato, bloccano 130 uomini e bruciano tre case. 
Inutili due giorni di intensi contatti fra i partigiani, che hanno il comando a Forno di Coazze, e il tenente SS Anton Renninger - alle dirette dipendenze del generale di brigata Peter Hansen, comandante della Legione SS italiana - per arrivare allo scambio di ostaggi. I nazisti non attendono l’esito delle trattative e alle 17 fucilano 51 civili inermi. Un’ora più tardi giunge a Cumiana il comandante partigiano Giulio Nicoletta accompagnato dai due negoziatori, il parroco don Pozzo e il medico condotto Michelangelo Ferrero. Non c’è più nulla da fare. A sera i repubblichini  sotterrano i corpi dei fucilati in una fossa comune al cimitero.
Ecco il drammatico racconto di don Pozzo: «Erano le 17,30. Finalmente ritornavamo contenti e sereni dalla nostra missione e credeva­mo di poter annunziare la bella notizia ai compaesani, quando giunti all'ingresso del paese, verso le 18,30 ci imbattemmo nella macabra visione dei 52 fratelli barbaramente uccisi. I tedeschi non avevano aspettato l'esito delle trattative. Mentre i partigiani acconsentono a cedere, e tutto si sarebbe risol­to in bene, contro ogni norma di lealtà, i tedeschi troncano le trattative e fanno fucilare 52 ostaggi innocenti. Il paese era nel terrore e nel pianto. Io, con il dottore, ero avvilito, annientato e sdegnato e dissi il mio sdegno e il mio dolore al coman­dante tedesco, che non mi rispose nemmeno. Quando scese la notte, mi recai con i paramenti sacerdotali per la sepoltura. Feci richiesta che venissero concesse le salme alle famiglie, ma l'interprete rispose: “Reverendo, non c'è nulla da fare”. Con il cuore straziato accompagnai le salme al cimitero e a uno a uno, insieme ad alcuni carabinieri, salutai i miei cari figlioli spiritua­li, mentre cercavamo, al chiarore di una pila elettrica, di riconoscere i nomi dei morti. All'ultimo trasporto il mio cuore non resse più e, sentendomi venir meno le forze, dovetti uscire dal cimitero e trascinarmi a casa. Erano le due di notte; da due giorni non vedevo cibo e mi sentivo mancare il cuore e i brividi della febbre. Alla prima luce del domani, lo strazio si rinnovò immenso e peno­so, quando la folla dei parrocchiani venne a chiedere quali erano i nomi degli uccisi. Ma neanche per il pianto ci rimaneva il tempo. Io, pensando che altri ostaggi erano in mano ai tedeschi e sentendo dalle voci che la situazione era ancora molto pericolosa, de­cisi di recarmi a Torino per parlare con il nostro cardinale arcive­scovo».

Don Pozzo raggiunge il santuario della Consolata a Torino dove il cardinale Fossati presiedeva una riunione dei vescovi piemontesi: «Immedia­tamente uscì e ascoltò addoloratissimo l'orrenda noti­zia, mi trattò da vero padre e mi disse che ci saremmo recati subito al comando della polizia all'Albergo Nazionale di via Roma. Fu ri­cevuto dapprima con freddezza. Ma poi, saputa la gravità delle cose e sentite le proteste e le raccomandazioni del pastore della diocesi, il comandante telefonò in nostra presenza al comando SS di Pinerolo e assicurò che più nulla sarebbe stato compiuto contro Cumiana. Il cardinale mi diceva che per ogni bisogno e peri­colo della popolazione ricorressi pure a lui. Come ci accorgemmo di avere un padre, e quanto fu commossa la popolazione nell'appren­dere la parte viva e attiva che il cardinale Fossati ebbe per i suoi figli! Ritornato a Cumiana un'altra grave situazione attendeva rimedio: parecchie famiglie senza tetto, molte vedove e oltre una cinquanti­na di orfani. Spontaneamente tutti ricorrevano al parroco e così rac­colsi biancheria e mobili e denaro e distribuii secondo i bisogni e le possibilità. La parrocchia fu ancora una volta la casa dell'orfano e il sostegno dei miseri… Il sacerdote è l'uomo della carità; non fa politica, fa del bene. E quante altre cose non si possono dire! Quante persone di ogni colore e di ogni parte bussarono al cuore del sacerdote».

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