"C'è posto anche per me?" L'appello dell'Arcivescovo per un Natale fraterno

Il Pastore della Chiesa torinese invita tutti, presbiteri, laici e religiosi ad aprire le proprie case ed ospitare nei giorni delle festività le persone sole e in difficoltà 

Parole chiave: fraternità (9), Nosiglia (114), natale (44), diocesi (138)
«Cena in Emmaus» di Jacopo da Ponte, Jacopo Bassano, 1538, esposto al Kimbell Art Museum di Fort Worth

«Mentre si trovavano a Betlemme, si compirono per Maria i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio»

(Luca 2, 6-7)

La celebrazione del Natale ci rimanda direttamente all’accoglienza. Come Dio ha accolto la nostra umanità e si è fatto uno di noi nascendo a Betlemme, così ogni persona è chiamata ad accogliere  gli altri, ad instaurare e curare relazioni di vicinanza basate  sul dono gratuito e  solidale. Tanti di noi potranno sperimentare tutto questo nei giorni di Natale, riunendosi in famiglia, con gli amici, con quanti hanno un significato forte nella propria vita. Con loro mangeremo, ci scambieremo regali, ma soprattutto staremo insieme sperimentando il calore dell’amicizia e dell’amore.

 

Tanti, ma non tutti

Nella nostra città, come nei piccoli centri delle province, ci sono persone per le quali le feste natalizie portano con sé la tristezza della solitudine, dell’allontanamento, della sofferenza e della povertà. Più di duemila sono i fratelli che vivono in strada, costretti a questo dalla grave crisi che tutti ci circonda. Molti anziani non potranno nemmeno scambiare una parola durante il pranzo di Natale perché vivono abbandonati nei loro alloggetti. I carcerati vedranno Natale attraverso le sbarre delle finestre pensando ai figli e alle famiglie lontane. Tanti stranieri, qui soli, avvertiranno forte lo strappo della distanza. Qualche papà separato sarà lontano dai figli, qualche mamma sola dovrà inventarsi un motivo per giustificare la non presenza di Babbo Natale. E altri esempi si potrebbero fare.

 

Insieme doniamo gioia

 

Se ci mettiamo insieme abbiamo la possibilità di far sentire tante di queste persone più fragili a casa loro. Se duemila anni fa a Betlemme non c’era posto per Gesù, Maria e Giuseppe, oggi a Torino un posto ci può essere. Sono le nostre case, che si aprono per invitare a pranzo una di queste persone, o una piccola famigliola. Ci vuole un po’ di coraggio, ma non è affatto difficile: basta lasciarsi guidare dal cuore. Ecco  l’invito che rivolgo a me stesso e a voi cari presbiteri, diaconi,               religiosi e religiose, fedeli laici e  famiglie, uomini e donne di buona volontà.

 

Un invito che richiama le nostre coscienze

A Natale o nel tempo natalizio invitiamo a pranzo, una persona sola o in difficoltà o in povertà, per condividere insieme il calore della nostra casa.  Nel palazzo dove abitiamo non sarà difficile invitare la persona anziana che vediamo solo di sfuggita, o la famiglia del compagno di classe di nostro figlio, o la persona senza dimora che incontriamo usualmente sulla porta della chiesa o del supermercato e con la quale abbiamo scambiato qualche fugace parola, o la signora straniera che fa le pulizie sulle scale del nostro caseggiato, o … . Magari parliamone con il nostro parroco, con i volontari del territorio, con gli amici. Sarà una ricerca ricca per il nostro cuore. Proviamoci. Cerchiamoli! Potrebbe essere l’occasione giusta per iniziare una consuetudine da coltivare. Una cosa semplice che dona tanta umanità. E che può cambiare dentro.

Auguri

 

+ Cesare NOSIGLIA
vescovo, padre e amico

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