ANALISI 

Giovani e politica, perchè non votano

L'apatia elettorale dei millennials si nutre di uno specifico motivo generazionale: una società che costringe i suoi ragazzi alla precarietà 

Parole chiave: Politica (133), giovani (206), voto (5), elezioni (53)
Giovani e politica, perchè non votano

I nostri giovani malati di astensionismo? Il non voto come indice del malessere dei Millennials? Perché le nuove generazioni, superattive nel comunicare sui social i loro pareri e sentimenti nei più diversi campi della vita, sono riottose a dire la loro nelle competizioni elettorali? Qual è il messaggio che ci giunge da un mondo giovanile ormai affetto da un assenteismo politico cronico? Perché il ‘primo voto’ ha oggi perso l’appeal che aveva nel passato?

Ecco alcuni degli interrogativi che più affollano l’attuale dibattito pubblico, a fronte dei ricorrenti sondaggi nazionali che prevedono che oltre la metà dei giovani italiani dai 18 ai 24 anni non andrà a votare alle prossime elezioni politiche, indette per il 4 marzo. Si tratta di un dato allarmante, che desta grandi preoccupazioni non soltanto tra gli addetti ai lavori, ma in tutti quelli che hanno a cuore le sorti del Paese e la buona salute della democrazia. Il Presidente Mattarella ne ha parlato con toni accorati nel suo discorso di fine anno. Gli opinion leader dibattono a tutto spiano su un fenomeno di non facile comprensione, da parte di una generazione che tra i molti diritti acquisiti e rivendicati sembra dimenticare proprio l’impegno minimo di decidere chi ci governerà nei prossimi cinque anni, chi avrà il potere di fare le leggi e di gestire il Paese. I partiti politici sono all’erta sulla questione, lanciano qualche amo alla quota più giovane della popolazione, ma nei loro proclami hanno ben presente che l’esito elettorale dipenderà assai più dal voto delle teste bianche e grigie (o calve) che da quello delle chiome rigogliose e folte. E ciò non soltanto perché siamo una società di gente vecchia o matura, ma anche per la diserzione di molti giovani dalla cabina elettorale.

Lo scenario sin qui descritto ha certamente delle attenuanti. Da alcuni anni a questa parte, la tendenza astensionistica è un fatto che coinvolge tutto il Paese, per cui le nuove generazioni – pur situandosi ai livelli più alti di assenteismo – sono in buona compagnia nella scelta di non esercitare il loro diritto-dovere di recarsi alle urne. Inoltre, la situazione italiana si sta a poco a poco allineando ai trend da tempo in voga nella maggior parte delle democrazie occidentali, i cui rappresentanti nei rispettivi parlamenti sono ormai eletti da quote minoritarie della popolazione, anche proprio per la scarsa partecipazione del voto giovanile.    

Come ‘leggere’ la lontananza di molti giovani dalle urne elettorali? Le diagnosi più diffuse (e un po’ convenzionali) la considerano come la prova provata della disaffezione del mondo giovanile sia dalla politica in generale, sia dal modo in cui essa viene oggi perlopiù interpretata nello scenario nazionale. Si tratta del difficile rapporto delle nuove coorti di cittadini con la sfera pubblica e con le istituzioni politiche, ampiamente documentata da tutte le indagini che rilevano la scarsa o nulla fiducia dei giovani nei confronti dei partiti politici, del Parlamento, dei governi, cui fa da contrasto una loro elevata identificazione nella famiglia e in parte nelle strutture che offrono stabilità al Paese (scuola, forze dell’ordine, magistratura, ecc.). In effetti non è che i partiti offrano uno spettacolo accattivante (o perlomeno decente) anche in questa campagna elettorale, tutti presi più a parlare alla ‘pancia’ degli italiani (con slogan populisti, promesse mirabolanti, continui conflitti e ripicche reciproche) che a presentare programmi realistici e volti competenti e credibili per raddrizzare le sorti della nazione.

La disaffezione dei giovani dalla politica sembra poi nutrirsi di uno specifico motivo generazionale, in una società che nei loro confronti molto promette e poco offre. Come non essere disorientati o disillusi politicamente in una stagione (ormai troppo lunga) in cui i giovani fanno continua esperienza di essere l’anello debole della nostra società, vista la precarietà di vita e di lavoro in cui sono invischiati, la difficoltà di raccordare studio e occupazione, la carenza di prospettive e di investimenti per il futuro, la presenza ingombrante di adulti-anziani che non vogliono uscire di scena? Di qui il diffondersi di un atteggiamento anti-sistema, che varie forze politiche mirano a intercettare, facendosi sovente paladini di novità più di facciata che di sostanza, alimentando più un ‘clima contro’ che una ‘mobilitazione per’.

L’insoddisfazione sociale è senza dubbio una delle ragioni che spinge molti giovani ad astenersi dall’andare a votare. Ma c’è dell’altro, sui cui in genere poco si riflette. Mi riferisco ad un tratto culturale – tipico delle nuove generazioni – che le spinge più a realizzarsi ai margini o negli interstizi della società che a esercitare in essa un ruolo attivo e partecipe. E ciò nelle diverse sfere in cui si articola la loro esistenza, dalla scuola al lavoro (anche se in vari casi precario), dalla famiglia ai gruppi del tempo libero, dagli ambienti religiosi alle dinamiche associative.

Molti giovani sono inseriti a vario titolo nella società, ma nei diversi ambienti paiono comportarsi più come dei fruitori di servizi e di risorse che come dei soggetti propensi a lasciare un segno della propria presenza. Vivono cioè dentro il sistema, ma sembrano avere il cuore da un’altra parte.

Si servono di varie opportunità, ma tendono a non dare il meglio di sé nelle diverse circostanze, soprattutto negli spazi pubblici. Non hanno perlopiù un rapporto negativo con le istituzioni primarie (in primis famiglia e scuola), ma stanno in esse in modo leggero, senza lasciare particolari tracce e farsi troppo coinvolgere. Prevale, dunque, una sorta di fedeltà passiva, di presenza-assenza, di debole identificazione, da parte di una generazione particolarmente propensa a ritagliarsi – nelle pieghe di una società comunque non priva di stimoli e opportunità – spazi autonomi di realizzazione. Va da sé che questo stile individuale e personale di presenza dei giovani nella società condiziona pesantemente il loro rapporto con la politica e spiega almeno in parte la loro apatia elettorale.

Anche in questo campo essi possono sentirsi più spettatori che protagonisti, prestando più attenzione al loro vissuto che alle istanze della partecipazione.

La disaffezione dal voto (giovanile e non) può poi essere indotta dal clima più rivendicativo che propositivo che informa oggi la nostra vita pubblica. Là dove è alta la pratica della denuncia e dell’indignazione, mentre è labile l’assunzione di responsabilità; ove il distacco e la fatica a operare nelle istituzioni sono così diffuse da scoraggiare molti (e soprattutto le energie migliori) a impegnarsi in esse in modo costruttivo; ove molti coltivano attese di realizzazione (personali e sociali) non supportate da credenziali e competenze adeguate; e ancora – parafrasando un famoso slogan americano – ove troppi si chiedono che cosa il Paese può fare per loro, mentre troppo pochi si interrogano su che cosa essi possono fare per il proprio Paese.

Anche i giovani riflettono questo clima controverso, che rischia di essere confermato pure dalla tendenza al ‘non voto’.

Infine, l’apatia elettorale delle nuove generazioni è figlia di un’epoca in cui si sono indebolite le distinzioni di classe sociale, l’essere di destra o di sinistra, la spinta a mobilitarsi per una grande causa sociale. Si condividono più gli stili di vita e di consumo, i gusti musicali e i grandi eventi espressivi che una qualche tensione che abbia a che fare con la cosa pubblica, il bene comune, il nostro futuro.

Certo una quota di giovani non è insensibile a questi temi, è interessata alle questioni della democrazia e della partecipazione, si attiva a realizzare per sé e attorno a sé quel modello di ‘sviluppo sostenibile’ di cui oggi si parla molto. Pur nella difficoltà a creare attorno a questa istanza un movimento nella società, che coinvolga altri giovani, che offra prospettive e identificazione.

Come far sì che – nel dibattito innescato dalla prossima scadenza elettorale – queste buone intenzioni e prassi possano snidare quote più allargate di giovani dalla disaffezione politica che li ha da tempo colpiti?

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