Torino la "città possibile" ecco il primo bilancio

Il percorso d’integrazione delle comunità nomadi e rom delle aree di lungo Stura Lazio  e altre zone della città, una sinergia tra l’amministrazione pubblica e il privato sociale

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Torino la "città possibile" ecco il primo bilancio

“Non pensiamo che il lavoro sia concluso – afferma la vicesindaco torinese Elide Tisi – ma lo scopo di quest’incontro è quello di dare nuove idee per il futuro”. L’incontro di cui parla è quello che ha avuto luogo in questa fredda mattina di fine gennaio nell’ex tribunale di via corte d’appello. L’argomento trattato è stato in primis il bilancio del progetto “La città possibile”, ma è velocemente stato sostituito dalla trattazione delle prospettive future.

Largo stura

Ad aprire la riunione è stato il video-messaggio dell’onorevole Piero Fassino che, invitato, non è potuto essere presente a causa di impegni inderogabili. A seguire ha preso la parola a Paola Basilone, prefetto di Torino. Costei ha introdotto il progetto, sottolineandone l’importanza civica e sociale. L’obiettivo dell’iniziativa (nata nel dicembre 2013) è realizzare percorsi efficaci di integrazione e di cittadinanza per circa 1300 persone di etnia Rom che abitano oggi in condizioni di vita disagiate. La dottoressa ha ripetuto più volte che non si deve parlare di “sgombero”, quanto di un “percorso adattato a ciascun individuo” per re-inserirlo nel tessuto sociale della città. Inoltre ha esposto i problemi affrontati. Sia a causa dell’astio, degli stereotipi, dei pregiudizi degli abitanti delle zone limitrofe, sia per la complessità e rigidità della macchina burocratica.

Dopo il prefetto, a parlare è stata Elide Tisi stessa. “Accostare solidarietà e legalità è una sfida” ha dichiarato in seguito “c’era la necessità di un lavoro inter-istituzionale, per dare spazio a tutti i punti di vista: il ruolo dell’osservatore è stato lo strumento fondamentale che ha accompagnato tutto il lavoro.” Inoltre la vicesindaco ha specificato che il maggior punto di forza (nonché la più grande debolezza) è stata la rete di fondi privati (anche i Rom hanno contribuito con i propri risparmi), istituzionali e comunali. Questa, sebbene difficile da gestire e coordinare, ha permesso all’operazione di maturare e giungere a compimento. Ora però dev’essere rafforzata ed intensificata per non permettere alle debolezze interne di rovinare il duro lavoro di 3 anni.

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A questo punto la parola è stata data a chi ha lavorato a tempo pieno nei campi nomadi. Monica Lo Cascio, dirigente dell’assessorato delle politiche sociali del Comune, ha quindi reso noti i numeri: più di 600 ricollocati (sui 1000 “residenti”); 255 volontariamente rimpatriati a spese del comune che ha generosamente offerto loro i mezzi per permettersi uno stile di vita più stabile e agiato; 13 associazioni diverse coinvolte nel progetto di re-inserimento lavorativo. Finora il progetto sembrava essere vicino all’utopia. È stato necessario l’intervento di Sergio Durando dell’Ufficio Pastorale Migranti per mostrare l’altra faccia della medaglia, le ombre che gli altri non sono riusciti a descrivere. Il bicchiere mezzo vuoto consiste nell’incertezza e nella precarietà del futuro di questi nuclei famigliari. Cosa succederà se perderanno il lavoro? Se non saranno, per vari motivi, più in grado di pagare l’affitto? Si rischia di finire in una situazione di stallo, ovvero aver faticato molto, investito tanto, e perso tutto.

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