"Modello Salette", si ricomincia da qui

L'Arcivescovo il 22 dicembre ha visitato la casa ristrutturata nel quartiere Parella e ha incontrato 70 rifugiati accolti dalla Diocesi

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"Modello Salette", si ricomincia da qui

Era il dicembre 2014, era una casa occupata a ridosso di corso Francia, un rifugio fatiscente per oltre 70 profughi arrivati dall’Africa senza alternative alla strada. Oggi dopo tre anni è una palazzina completamente ristrutturata, ancora di proprietà dei religiosi Missionari di Nostra Signora de La Salette che l’hanno messa a disposizione, abitata da quegli stessi profughi non più abusivi ma protagonisti del recupero, che tra pochi giorni vi otterranno la residenza ufficiale. Questo è il “modello della Salette”, una scommessa lanciata dalla diocesi, un progetto sperimentale fondato sul dialogo e la fiducia tra i vari attori coinvolti (il Comitato solidarietà rifugiati che hanno accompagnato l’occupazione, la cooperativa Orso, i religiosi de La Salette, gli uffici Migrantes e Caritas) che passo dopo passo è andato avanti e che nel 2018 si prepara a nuove sfide. Non più sul piano della ristrutturazione ormai completata, quanto invece sul futuro dei suoi ospiti, sulla loro autonomia, poiché «dopo la casa» come dice Suliman «serve il lavoro».

Il 22 dicembre l’Arcivescovo, nella sua corona d’Avvento, ha scelto di passare alla Salette per vedere i risultati della ristrutturazione, incontrare per il terzo Natale gli ospiti, ascoltarne esigenze e riflessioni e portare l’augurio e la vicinanza della Chiesa torinese per le nuove tappe del progetto.

Accompagnato da un gruppo di profughi, mons. Nosiglia è salito prima sul terrazzo della struttura da dove ha potuto vedere gli spazi adibiti ad orto, una delle scommesse del progetto. Non solo coltivare per mangiare i prodotti, ma coltivare per conto di altri, e coltivare per vendere i prodotti della terra… questo sarebbe l’obiettivo. Poi la visita agli altri tre piani con le stanze per dormire, la cucina, gli spazi comuni che vengono gestiti secondo regole precise, concordate e verificate dagli stessi ospiti con apposite assemblee «di piano».  Regole elaborate solo per facilitare la coabitazione perché, come ha ribadito Sergio Durando, direttore della Pastorale Migranti, intervenuto all’incontro, «questa non è una struttura di accoglienza, ma è casa vostra, dove voi potrete abitare finché non sarete autonomi e di cui dovete prendervi cura».

Già quattro degli ospiti nell’anno sono riusciti a trovare un lavoro e si sono trasferiti, altri hanno avuto occupazioni stagionali, piccoli passi verso un futuro più stabile. Un futuro segnato comunque da un’esperienza unica in Italia, un’esperienza che ha trasformato, senza bisogno di sgomberi, gli occupanti abusivi da «problema da risolvere»  a risorsa. Un esercizio di partecipazione, un cammino di formazione sul campo a pensare, progettare e realizzare un’esperienza condivisa da tutte le parti coinvolte. Un’occasione che è stata anche scambio di esperienze tra profughi, operai e architetti, tra educatori della cooperativa abituati al dialogo e al confronto e uomini fuggiti da violenze e guerre senza riferimenti, senza nulla, che tre anni fa non conoscevano neanche una parola di italiano… Ed ecco che l’incontro di Natale con l’Arcivescovo è stato occasione per ricordare i due precedenti, «quando eravamo qui al freddo, accampati e oggi possiamo invece dirti  grazie Vescovo per questa casa bella».  E a testimoniare il clima accogliente e positivo e la soddisfazione per la fine dei lavori è ancora la voce di Suliman che, accanto a mons. Nosiglia, intona a nome di tutti un canto nella sua lingua e in francese. «È una canzone», spiega «che parla di speranza, che dice che dal passato ci si può risollevare, che si può ripartire, e questa è oggi la nostra storia: abbiamo un passato difficile ma qui ora possiamo ricominciare…».

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