Campo Nomadi: "Imparare dall'ex Moi"

In visita in via Germagnano con l'Arcivescovo Nosiglia

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Campo Nomadi: "Imparare dall'ex Moi"

C’è una realtà di vita quotidiana, sebbene offuscata dalle immagini diffuse dai media, per 1500 persone che vivono nel campo nomadi di via Germagnano al limite della dignità umana. Una realtà che fino al 2011 – anno dell’ultima visita dell’Arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia – era ancora dignitosa. All’interno del campo vi era una scuola e numerosi erano i servizi del Comune e di associazioni per le famiglie nomadi. Da allora  mancanza di fondi e  gestione di nuove emergenze sociali hanno lasciato che il campo diventasse ricettacolo di  degrado, sporcizia e pantegane. Secondo l’Arcivescovo, che nel pomeriggio del 27 dicembre è tornato in visita al campo regolare di via Germagnano insieme all’assessore all’ambiente Alberto Unia, si deve adottare lo stesso modello che ha permesso di risolvere, almeno parzialmente, l’occupazione dell’ex-Moi: «Bisogna parlare individualmente con le persone, ascoltare le loro necessità e trovare comunemente una soluzione. È necessario costituire un tavolo con i cinque soggetti istituzionali (Comune, Regione, Prefettura, Compagnia di San Paolo e Diocesi), magari partendo da un sopralluogo di tutti i rappresentanti, perché altra cosa è toccare con mano la tragica situazione che colpisce moltissimi bambini. Solo così sarà possibile sviluppare un programma per rivedere le attrezzature e la gestione dei campi – se l’ipotesi dell’eliminazione dovesse rivelarsi impraticabile – e, nel migliore dei casi, trovare una sistemazione all’interno di appartamenti».

E quando questi saranno sistemati in abitazioni dignitose, sarà necessario adoperarsi per un reinserimento sociale e lavorativo, ha aggiunto il Vescovo: «Come gli occupanti dell’ex-Moi, anche i Rom hanno mestieri in mano, lavori che molti italiani di oggi non vogliono più fare: dall’imbianchino all’agricoltore, dal barbiere al muratore», prosegue il Vescovo, che non nasconde l’ostacolo linguistico: anche se presenti sul territorio italiano da parecchi anni, molte persone non parlano italiano.

L’Arcivescovo ha poi fatto tappa nel campo abusivo adiacente, in cui vivono prevalentemente famiglie romene. Sono circa 40 i nuclei famigliari:  numerosissimi i bambini, almeno tre per ogni nucleo; ma meno di una decina frequentano la scuola. E anche se tutti i genitori vorrebbero assicurare un futuro migliore per i propri figli, è facile cadere nella disperazione.

Numerose sono anche le fazioni e faide tra famiglie che si oppongono ai tentativi di integrazione, alimentando il commercio nero di rifiuti, anche a poco denaro, permettendo a chi arriva dall’esterno del campo di scaricare grandi quantità di rifiuti, evitando così le tasse per lo smaltimento. Gli abitanti del campo regolare chiedono aiuto delle istituzioni per eleggere una figura di rappresentanza che non permetta più questo genere di azioni.

Ma per il momento si è optato solamente per un presidio mobile di qualche decina di vigili e volontari – e solo in alcuni orari – davanti agli stabilimenti dell’Amiat. Difficile pensare che possa essere sufficiente; come per la costruzione di un muro difensivo negli stabilimenti dell’azienda addetta allo smaltimento rifiuti.

E nel clima di irrisolutezza generale non può mancare l’emergere di soluzioni drastiche. Si parla di accelerazione sullo smantellamento dei campi regolamentari tra i tavoli della Prefettura e dell’assessorato alle Politiche per la sicurezza e all’ambiente, ma le circoscrizioni, a cui spetterebbe il compito gravoso di giudizio in merito, attendono ancora il progetto per la ristabilizzazione – in termini di pulizia e messa in sicurezza – promesso dall’amministrazione centrale a settembre. «Una situazione stantia che grava sui cittadini», commenta Marco Novello, presidente della quinta circoscrizione, che condivide con la sesta le responsabilità amministrative del campo di via Germagnano, «che si può risolvere solo attraverso un dialogo reciproco tra Comune e circoscrizione».

Secondo Carla Osella, presidente dell’associazione Zingari oggi si tratta, appunto, di una comunicazione fra sordi: «il campo di via Germagnano non riceve più alcun tipo di aiuto dai servizi sociali e le faide tra famiglie non aiutano la coesione, necessaria per trovare un accordo costruttivo con l’esterno». È inimmaginabile, secondo la Osella, pensare di smantellare completamente i campi in cui vivono oltre 1500 persone: servirebbero interi condomini attrezzati e ulteriori fondi.

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