Torino: «noi siamo con voi» marcia e testimonianze di solidarietà alle vittime delle persecuzioni religiose

Un migliaio di persone mercoledì 10 giugno a Torino ha partecipato a «noi siamo con voi» marcia e testimonianze di solidarietà alle vittime delle persecuzioni religiose. Esponenti di tutte le religioni e di associazioni laiche presenti in città hanno unito la loro voce per esprimere vicinanza alle vittime dei fanatismi. Ha concluso la serata l'Arcivescovo mons. Nosiglia (fotogallery)

Torino: «noi siamo con voi» marcia e testimonianze di solidarietà alle vittime delle persecuzioni religiose

Muri, pace, accoglienza, dialogo, rispetto. Parole ricorrenti nella serata del 10 giugno che ha visto un  migliaio di persone partecipare alla manifestazione «Noi siamo con voi» (fotogallery) patrocinata dal Consiglio regionale del Piemonte,  nell’ambito del  Comitato per i diritti umani, nuovo organismo istituito dall’Assemblea regionale piemontese.

Una sessantina le associazioni che hanno aderito alla proposta in rappresentanza delle diverse religioni professate in città e di varie realtà di impegno sociale e civile. Prima la marcia silenziosa da Piazza Palazzo di Città al Sermig, poi presso l’Arsenale della Pace si è data «voce» alla solidarietà nei confronti di quanti vivono quotidianamente il dramma della persecuzione religiosa nel mondo. Una lunga sequenza di interventi di diversi «rappresentanti», culminata con le parole dell’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia.   «La libertà religiosa – ha sottolineato l’Arcivescovo - è un diritto inalienabile e universale proprio di ogni persona che decide liberamente di professare una qualsiasi fede seguita dalla propria coscienza ed è sancito in tutte le carte internazionali dei diritti dell’uomo. Quando anche solo una persona non può usufruire di questo diritto e viene ostacolata e addirittura uccisa se lo esercita, tutti gli uomini e donne di buona volontà e di ogni religione, credenti e non, sono chiamati ad alzare la voce per prendere le sue difese e operare concretamente perché ciò non avvenga».

Nell'apertura della manifestazione, nel saluto di Giampiero Leo, anima e coraggioso primo promotore di una iniziativa che è solo un inizio di un percorso comune d tolleranza e riconoscenza, il coordinatore ha rimarcata l'importanza di un momento di confronto e cammino di riconciliazione e pace. Nella città dei santi sociali e riprendendo la parole di Papa Francesco, Leo ha ricordato che "tutti devono sentirsi costruttori di ponti".

“La tentazione di ritenere Dio dalla nostra parte, per combattere in nome della sua e non della nostra volontà, implica una visione distorta dell’umanità e della divinità, con quest’ultima ridotta a idolo contro alcuni uomini e non per tutti gli uomini. Nascondere la responsabilità di scelte sanguinarie e odiose dietro una presunta conformità con la volontà divina è grave, ma diventa gravissimo se lo si adopera come giustificazione per l’uso della violenza”. 

«Alzare la voce» contro i soprusi ma anche testimoniare che non si può «uccidere in nome di Dio», come ha richiamato Brahim Baya dell’Associazione Islamica delle Alpi. «Siamo qui – ha ricordato – per dire che la religione è pace e che siamo solidali con i nostri fratelli e sorelle dell’umanità che soffrono».

Oltre alle rappresentanze del mondo islamico, hanno sfilato e sono intervenuti tra gli altri padre Luciano Rosu, parroco della chiesa ortodossa romena di Santa Croce, il pastore valdese Paolo Ribet, il rabbino Ariel Di Porto, Claudio Torrero dell'associazione Interdependence and Religions For Peace e Bruno Geraci, promotore del Manifesto «Noi siamo con voi» sottoscritto dalle associazioni e letto all’Arsenale, prima delle varie testimonianze.

«Le persecuzioni contro chi professa una religione diversa dalla propria – ha aggiunto l’Arcivescovo - feriscono inoltre la ragione, attentano alla pace e distruggono la dignità dell’uomo. Non è sufficiente però recriminare e rivendicare diritti. Occorre che a partire dall'educazione delle nuove generazioni nelle famiglie, nella scuola, nelle comunità religiose e civili, si promuova il rispetto di ogni persona portatrice di culture o religioni diverse dalla propria applicando quella regola d’oro che in ogni religione, ma anche in ogni pensiero laico è presente e proposta: non fare agli altri ciò che non vorresti sia fatto a te stesso. Regola minima, certo, perché non basta non fare il male, ma occorre volere il bene del proprio prossimo. Non basta nemmeno fare il bene in senso individuale, ma occorre fare in modo che la società, le leggi e le norme e costumi di vita promuovano, proteggano e applichino con rigore e fedeltà il principio della libertà religiosa».

Un richiamo all’impegno non individualistico anche da parte del sindaco di Torino. Fassino ha esortato in particolare «a non lasciare soli a battersi coloro che vivono in situazioni di repressione, perché ogni negazione dei diritti è una sconfitta per tutti».

Tante voci diverse, sensibilità differenti ma un unico appello lanciato alla città attraverso il manifesto: «noi siamo qui perché il futuro non sia modellato da una semina di morte», «noi siamo qui per opporci all’ingiustizia e ai conflitti», «noi siamo qui perché ci sentiamo chiamati all’accoglienza».

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