Romero beato, dopo tanto dolore la gloria del martire

La solenne cerimonia celebrata a San Salvador il prossimo 23 maggio

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Romero beato, dopo tanto dolore la gloria del martire

I profeti prima li ammazziamo e poi li beatifichiamo. È la sorte dei martiri, come l’arcivescovo Oscar Arnulfo Romero y Galdamez, assassinato a 63 anni in odio della fede, che sabato 23 maggio 2015 viene beatificato nella sua San Salvador. Raccontano che 35 anni fa, la sera del 24 mar­zo 1980 quando lo trucidarono, nelle ville dell'oligarchia si festeggiò a spumante la mor­te del «bastardo prete comunista»; il giornale della destra oligarchica «El diario de hoy» invitò a celebrare con musica e tamburi Romero ormai «nel suo nuovo pulpito, visibile solo alle anime»; il maggiore Roberto D'Abuisson, mandante ideologico dell'assassinio, an­dò in televisione a farneticare: «Questi comunisti vestiti da preti hanno organizzato una cosa che si chiama Chiesa popolare, che non è la nostra Chiesa del Vaticano, la Chiesa che è guidata dal Papa, la Chie­sa in cui noi crediamo».

«Si me matan resucitaré en el pueblo salvadoreno. Come pastore sono obbligato a dare la vita per coloro che amo, anche per quelli che mi vogliono uccidere. Il martirio è una grazia di Dio: se Dio accetta il sacrificio della mia vita, possa il mio sangue essere seme di libertà e speranza per il mio popolo. Perdono coloro che ne saranno la causa. Morirà un vescovo ma la Chiesa di Dio, che è popolo, non perirà mai». Terminata l'omelia della Messa, al momento della consacrazione, è colpito al cuore da un colpo di arma da fuoco sparato da un «squadrone della morte». È messa così a tacere la voce che difende poveri e oppressi.

“La Chiesa in El Salvador, in America e in tutto il mondo” è chiamata “ad essere ricca di misericordia, a trasformarsi in lievito di riconciliazione per la società”. Lo scrive oggi Papa Francesco nella lettera inviata a monsignor José Luis Escobar Alas, arcivescovo di San Salvador e presidente della Conferenza episcopale di El Salvador, in occasione della beatificazione di monsignor Oscar Arnulfo Romero Galdámez, “che ha costruito la pace con la forza dell‘amore, ha testimoniato la fede con la propria vita donata fino all‘estremo”. Un “vescovo zelante”, scrive il Papa, che, “amando Dio e servendo i fratelli, è diventato immagine di Cristo Buon Pastore” e in tempi di difficile convivenza “ha saputo guidare, difendere e proteggere il suo gregge, rimanendo fedele al Vangelo e in comunione con tutta la Chiesa”. “Il suo ministero è stato caratterizzato da una particolare attenzione ai più poveri ed emarginati. E al momento della sua morte, mentre celebrava il Santo sacrificio dell’amore e della riconciliazione, ha ricevuto la grazia di identificarsi completamente con Colui che ha dato la sua vita per le pecore”. Mons. Romero ha avuto, inoltre, “la capacità di vedere e sentire la sofferenza del suo popolo”, e la sua voce “continua a risuonare oggi per ricordarci che la Chiesa, convocazione dei fratelli intorno al suo Signore, è famiglia di Dio, nella quale non ci può essere divisione”

La vita e l'opera di Romero

Oscar nasce il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios. Sono gli anni di Pio XII. Fondamentali sono gli studi (1937-1943) alla Gregoriana a Roma. Il 4 aprile 1942 è ordinato sa­cerdote. Tornato a San Salvador, è segretario del vescovo di San Miguel, è parroco e assistente di diverse associa­zioni. Fedele alla tradizione, è preoccupato per la purezza della dottrina negli anni del Concilio Vaticano II (1962-1965), dei Papi Giovanni XXIII e Paolo VI e l’enciclica montiniana «Populorum progressio» (26 marzo 1967). Segretario della Conferenza episcopale, nel 1968 partecipa alla II assemblea dell’episcopato latinoamericano a Medellín, in Colombia (24 agosto-5 settembre), inaugurata da Paolo VI. L’assemblea opera «la scelta preferenziale dei poveri» e denuncia le ingiustizie che colpiscono l’America Latina. 

Nel 1971 il teologo peruviano Gustavo Gutiérrez pubblica la «Teologia della liberazione» che si occupa del «non uomo» e che coniuga fede e giustizia. Romero la guarda con sospetto ma nell’esortazione apostolica «Evangelii nun­tiandi» (8 dicembre 1975) Paolo VI asserisce che la liberazione evangeli­ca è liberazione da tutte le schiavitù che degradano l'uomo. Non c'è dunque bisogno del marxismo, basta prendere in mano il Vangelo per combattere l'ingiustizia. Papa Francesco considera la «Evangelii nun­tiandi» il miglior documento del post-Concilio.

Nominato vescovo il 21 aprile 1970, Romero sceglie il motto «Sentire cum Ecclesia». Vescovo conservatore, a contatto con il popolo cambia radicalmente, tanto che l’arcivescovo di Milano cardinale Carlo Maria Martini lo definisce «vescovo educato dal suo ­popolo». Dal 1977 i militari, al soldo dell'oligarchia economica e foraggiati dagli americani, attuano in El Salvador una repressione violentissima. Alla fine del 1976 Paolo VI lo sceglie come arcivescovo e primate di San Salvador.

Il 12 marzo 1977 il gesuita Rutilio Grande, suo amico e collaboratore, è assassinato con due «campesinos». È una mattanza: tra il 1977 e il 1980 le Forze armate e gli «squadroni della morte» uccidono cinque sacerdoti, catechisti e delegati della Parola, contadini e sindacalisti, oppositori e comunità di base. Romero si fa portavoce del popolo oppresso e perse­guitato, denuncia i crimini dei dittatori di fronte ai giornalisti stranieri: «Compito della Chiesa è annunciare la Buona Notizia agli oppressi, è dare una speranza ai poveri». Chiede ripetutamente ai rivoluzionari di abbandonare la violenza e ai militari di cessare la repressione: «Mai abbiamo predicato la violenza, solo la violenza dell'amore che ci lasciò Cristo inchiodato sulla croce».

Il 17 febbraio 1980 assume un'iniziativa senza preceden­ti: scrive al presidente americano Jimmy Carter e gli chiede di non concedere aiuti alla Giunta militare. Ma la richiesta non è accolta perché gli americani vedono comunisti dappertutto. Domenica 23 marzo celebra la Messa nella basilica del Sagrado Corazón e si appella ai soldati perché non obbediscano a leggi ingiuste e non agiscano contro la legge di Dio. Lunedì 24 marzo celebra Messa nella chiesa dell'ospedale della Divina Provvidenza e gli aguzzini lo sopprimono. Subito lo venerano come «San Romero de las Américas».

Il giorno del funerale gli striscioni appesi dai militanti di sinistra vietano l'ingresso in Cattedrale agli «yankee», ai militari, ai vescovi «nemici». Tra la folla esplode una bomba carta, i soldati sparano, si scatena il panico e decine di persone muoiono schiacciate dalla calca che cerca rifugio in chiesa dove ai canti liturgici si mescolano i cori possenti «el pueblo unido jarnàs serà vencido». Le esequie si interrompono e la salma è tumulata nella cripta in fretta e furia.

Papa Benedetto e Papa Francesco devono lottare contro resistenze ma l'assassinio di un vescovo tru­cidato sull'altare mentre cele­bra Messa è «martirio in odium fidei». Trentacinque anni fa fu  il frutto dell’odio e delle divisioni nel Paese e nella Chiesa di San Salvador; ora la beatificazione avviene in un Paese e in una Chiesa sostanzialmente pacificati . Lo storico Roberto Morozzo della Rocca ribadisce che il vescovo martire non c’entra nulla con lo stereotipo dei «preti guerriglieri della Iglesia popular». È un vescovo che prende «coraggio apostolico» dal martirio degli apostoli. Due mesi prima del sacrificio, Paolo VI lo riceve e lo conforta. Davanti alla repressione dell’Esercito e dei gruppi paramilitari Ro­mero non fa che applica­re al «mattatoio» salvadoregno l’insegna­mento dei Padri della Chiesa: «L’oppressione del povero e la frode del salario agli operai gridano vendetta al cospetto di Dio».

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